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CATTIVE ACQUE
(DARK WATERS)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 2 marzo 2020
 
di Todd Haynes, con Mark Ruffalo, Anne Hathaway, William Jackson Harper, Bill Pullman, Tim Robbins (Stati Uniti, 2019)

Ottenibile in DVD/Blu-ray

 

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Protagonista onnipresente di Dark Waters (Cattive acque), Mark Ruffalo ne è anche la figura imprescindibile. Non solo in quanto produttore del film; e quindi responsabile dell’idea di affidarne la realizzazione a uno dei cineasti più interessanti del cinema americano contemporaneo come Todd Haynes. Ma anche poiché non è la prima volta che l’attore decide di occuparsi della DuPont, l’onnipotente multinazionale della petrolchimica. Gli è già successo nel 2014 con lo splendido Foxcatcher, diretto dal troppo raro Bennett Miller in una di quelle biografie a sfondo inquietante che gli sono sempre riuscite così bene. Inghiottito nella sontuosa cornice autunnale del parco dei Du Pont, Foxcatcher scomponeva genialmente la vicenda dei campioni olimpici David e Mark Schultz: invitati ad allenare John E. du Pont, svitato erede miliardario di una delle più blasonate dinastie industriali americane, appassionato di lotta libera, oltre che di ornitologia e di materiale bellico.

Con Cattive acque il discorso si è fatto ora ancora più esplicito. Anche se forse meno personale e suggestivo, meno esteticamente esaltante che nei grandi film di Todd Haynes, Carol nel 2015, Mildred Pierce, o Lontano dal paradiso già nel 2002. L’intenso Mark Ruffalo è allora un avvocato d’affari che d’abitudine difende gli interessi delle multinazionali chimiche di Cincinnati. Accetta di occuparsi eccezionalmente di un modesto agricoltore, il cui gregge è stato decimato in pochi anni da un veleno infido rovesciato nel fiume dalla DuPont. Una lotta scandalosamente ineguale, che si protrarrà per oltre un ventennio; e che nel film sembra consumarsi fisicamente sui tratti del protagonista.

Il cinema di Todd Haynes si è costruito spesso sullo scontro nei confronti di una regola invasiva: l’omosessualità in Carol, il razzismo in Lontano dal paradiso, l’emancipazione della donna in Mildred Pierce. Qui, quasi in modo insolito da parte di un autore avvezzo alle vertigini postmoderne, si afferma nelle vesti solide di quel cinema di denuncia che ha fatto grande tutto un cinema americano. Dark Waters deve allora la sua qualità a quel genere di esposizione, chiara, densa d’informazioni credibili, giuridiche e infine fortemente politiche. Un materiale vasto e referenziale, un impeto militante che finisce per nutrire il quadro classico dello sfondo scolorito di quell’inverno desolato.

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The omnipresent protagonist of Dark Waters, Mark Ruffalo is also its indispensable figure. Not only as the film's producer, and therefore responsible for the idea of entrusting its production to one of the most interesting filmmakers in contemporary American cinema, Todd Haynes. But also because this is not the first time that the actor has decided to take on DuPont, the almighty petrochemical multinational. It already happened to him in 2014 with the splendid Foxcatcher, directed by the all-too-rare Bennett Miller in one of those creepy biopics that have always worked so well for him. Set in the sumptuous autumnal setting of Du Pont Park, Foxcatcher ingeniously deconstructed the story of Olympic champions David and Mark Schultz, who were invited to train John E. du Pont, the unhinged billionaire heir to one of America's most illustrious industrial dynasties and a wrestling enthusiast, as well as a fan of ornithology and war material.

With Dark Waters, the discourse has now become even more explicit. Though perhaps less personal and evocative, less aesthetically exhilarating than in Todd Haynes' great films, Carol in 2015, Mildred Pierce, or Far From Heaven back in 2002. The intense Mark Ruffalo is then a business lawyer who usually defends the interests of the chemical multinationals in Cincinnati. He agrees to take on the exceptional role of an unassuming farmer whose herd has been decimated in a few years by a treacherous poison poured into the river by DuPont. A scandalously unequal struggle, which will last for over twenty years, and which in the film seems to be physically consuming on the protagonist's features.

Todd Haynes's cinema has often been built on the clash with an invasive rule: homosexuality in Carol, racism in Far from Heaven, the emancipation of women in Mildred Pierce. Here, almost unusually for an author accustomed to postmodern vertigo, he asserts himself in the solid guise of that cinema of denunciation which has made all of American cinema great. Dark Waters then owes its quality to that kind of exposition, clear, dense with credible, legal and finally strongly political information. A vast and referential material, a militant impetus that ends up feeding the classic picture of the faded background of that desolate winter. 

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