3737 recensioni a vostra disposizione!
   
 
 

FESTIVAL DI CANNES 2001: RECHA, KORE-EDA, LUHRMANN, FERRARA, TANOVIC
  Stampa questa scheda Data della recensione: 16 maggio 2001
 
(2001)
 

(For English version see below - www.filmselezione.ch)

Come convivere con la morte? Contraddicendo l’andazzo tradizionale della Croisette fatto di palmizi, starlettes e fastidi grassi, in attesa del film di Nanni Moretti, ma pure di quello di de Oliveira, di Tsai Ming-Liang, di Cédric Kahn o di Imamura, l’interrogativo che sembra percorrere in filigrana il cinema di mezzo mondo presente a questa sua festa balorda è proprio quello.L’elaborazione del lutto, il suo apprendistato. Il riappropriarsi della memoria: come valore che ci lega a coloro che ci furono cari. Ma, egualmente, a quella natura, a quegli oggetti, luci, atmosfere che furono loro. E delle quali i sopravvissuti continuano a nutrirsi; poiché conservano, conserveranno forse per sempre, l’energia, la carica degli affetti, l’impronta indelebile di coloro che sono scomparsi. Contenuti evidentemente elevati, non necessariamente espressi nel melodramma, nell’angoscia o nella negatività.

Talvolta, addirittura con la leggerezza, la grazia, l’umorismo che sono propri della poesia. In queste prime giornate, i film di Cannes, nel mezzo di un ambiente vieppiù involgarito dalla curiosità dettata del consumo più facile, il cinema dimostra contro ogni evidenza (si pensi a quello italiano, nei confronti dell’attualità che si ritrova) di potere ancora aspirare ad essere territorio tradizionale di evasione. Ma senza rinunciare ad esserlo pure di riflessione e di intelligenza.Come nel precedente L’ALBERO DELLE CILIEGIE visto a Locarno nel 1998, ecco allora che il catalano Marc Recha prosegue in PAU E SUO FRATELLO la ricerca di quei soffi misteriosi che ci legano a un ordine che forse non è solamente cosmico, ma pure eterno. Dopo la scomparsa per suicidio del fratello, Pau parte da Barcellona con la madre: verso il villaggio perduto fra le cime dei Pirenei, dove il giovane ha vissuto gli ultimi anni. Tra le sue cose; ma, soprattutto, tra coloro che lo amavano. In quella stessa intimità che li univa, e della quale cercheranno di riappropriarsi, anche fisicamente, anche sessualmente. Così come ai chiaroscuri misteriosi della montagna, agli aliti di brezza che scendono dalle cime quando l’oscurità si introduce fra le case, ai suoni che rivivono quando la luce ritorna a farsi strada per i crinali. Echi di un ordine naturale, che avvicinano, come pochi altri, al cielo.

Con una densità ancora maggiore, poiché nasce da una tradizione culturale particolarmente vicina alla meditazione ed al soprannaturale, DISTANZA, del giapponese Kore Eda fa percorrere ai propri personaggi un itinerario sorprendentemente simile. Dopo una strage seguita dal solito suicidio collettivo da parte degli appartenenti a una setta religiosa, parenti e sopravvissuti ritornano, alcuni anni dopo, sui luoghi e sulle ragioni di tanta atrocità. Anziano documentarista, autore di due pellicole di straordinaria bellezza sul tema della scomparsa, del ricordo e della possibilità di materializzare queste entità così astratte (MABOROSI e AFTER LIFE), il regista giapponese continua la propria ricerca. Così simile a quella dei propri personaggi: trasposti nei confronti della propria realtà, del proprio tempo e dei propri simili. Con i quali, faticosamente, riprendono a comunicare.Composto di piani-sequenza dilatati, di pause e silenzi che si colmano soltanto nei suoni della natura nella quale sono costretti a pernottare coloro che cercano di comprendere, di affidarsi alla memoria degli scomparsi, il film è di quelli che richiede pazienza. Meno affascinante, forse meno riuscito dei precedenti, DISTANZA conferma comunque la singolarità di uno sguardo cinematografico sommesso quanto imperioso, fatto di un respiro che trasforma l’osservazione estremamente vera, naturalistica dell’universo in un paesaggio soprannaturale e altamente spirituale.

STRICTLY BALLROOM era a Locamo (1992), ROMEO E GIULIETTA a Berlino (la prima volta di Leonardo di Caprio), MOULIN ROUGE, noblesse oblige, approda ai supremi onori (spettacolari) dell’apertura di Cannes. Ci sono diversi fili conduttori che legano le tre opere; segno che, nel bene o nel male di un autore si tratta. La musica e il teatro, naturalmente: Baz Luhrmann l’australiano è stato allievo di Peter Brook ed ha iniziato nel melodramma operistico. Poi, i temi: qualcosa del genere fede nell’amore che viene a capo di ogni complotto. Quindi, la valorizzazione dell’energia giovanile, del glamour dei propri attori. Infine, lo stile: fatto di dismisura, stilizzazione sopra le righe, riferimenti al passato trasposti non si sa bene con quanto di intellettualmente sotto controllo o di sconsideratamente scialacquato da un talento disordinato.

Un Peter Greenaway che si fosse messo in testa di pasticciare WEST SIDE STORY, dicevamo dei palmizi strapazzati nella sua Verona Beach precedente: quasi ad anticipare questa sua incursione nel musical. Intendiamoci, amanti tragici, riferimenti alla tradizione, commedia musicale alla loro maniera: Luhrnrann riprende, certo, i Toulouse-Lautrec, Erik Satie, giarrettiere, champagne e cancan della tradizione. Si ricorda (forse) di certi illustri predecessori come i Renoir e John Huston. Ma più che altro, fa suo un desiderio che qualcuno finirà per considerare pio: il mio Toulouse-Lautrec è Andy Warhol. E allora rieccolo il postmodernismo che avevamo già invocato in favore del suo delirio più o meno videoclip: sui resti di quella Belle Epoque,sui costumi e le scenografie già discretamente folli per loro stessi Luhrmann lascia transitare il pop, la techno e la disco dance, i Beatles e Madonna, Elton John ed David Bowie, gli U2, Queen, Sting o Like a Virgin. Qualcuno troverà il risultato di un lusso sgangherato: ma, perlomeno per un’oretta, a me pare più che eccitante.

Encomiabile e coraggioso: in un mondo dello spettacolo in cui nessuno (anche di talento) si assume dei rischi. Per essere apprezzato MOULIN ROUGE va insomma preso per quello che è: uno sfrontato, immenso e sgargiante video clip che ha l’impudenza di contrabbandare Offenbach con molto del meglio della musica prediletta dai suoi nipotini. Di mescolare reminiscenze di Broadway con quelle di un iperrealismo sopra i tetti di Montmartre: con i blu intensi alla Klein, i tuoni ed i lampi del cinema pubblicitario, i modellini crepuscolari alla Dorè rifatti con la perfezione delle tecniche digitali, la luna che ride e piange alla Meliès al posto del buon vecchio naturalismo parigino. E poi Nicole Kidman; sexy ed esangue, meravigliosa e fatale come le Hayworth e le Bacall che credevamo perse per sempre, sfrontata e fragile come le Marylin o le ultime Roberts al tempo stesso. In quella giostra scanzonata vale da sola, credetemi, il prezzo del biglietto.

Tra alberi di Natale, bambole e ghirlande, crocifissi e madonne alle pareti e tutti i buoni sentimenti alimentati dalle corali su sfondo di pattinaggio a Central Park, R

Non importa chi ha cominciato, siamo tutti nella m...: nella terra di nessuno del titolo, fra le due linee del fronte, un serbo e un bosniaco si ritrovano in una trappola tragicomica. È la guerra, in tutta la demenza del suo fulgore contemporaneo: è la violenza vissuta sulla propria pelle dall’uomo semplice, osservata con il binocolo dai graduati, e dai politici con il teleschermo. Imbonita e quindi svenduta dai media, ridicolizzata dall’impotenza della buona coscienza del- l’ONU. Se pensavamo tutto conosceresulla crudele assurdità della situazione dell’ex Jugoslavia, se in molti si erano premurati ad illustrarci la particolare animosità dei contendenti in causa, questo documentarista alla sua opera prima di finzione (!) è qui per ricordarci anche altri aspetti della cultura slava. La sua straordinaria vena grottesca, lo spessore sanguigno di una teatralità esasperata, ma squisitamente umana. Al Billy Wilder drammatico di L’ASSO NELLA MANICA, ma soprattutto al maestro della tragicommedia cinematografica di STALAG 17 non sarebbe dispiaciuta la crudele commedia dell’assurdo di NO MAN’S LAND. Ma il balletto - ed è il pregio del film di Danis Tanovic, e probabilmente la ragione dell’ovazione di Cannes che preannuncia un successo internazionale anche di pubblico - non è soltanto satirico. Perché se sui tre poveretti intrappolati nella trincea si scatenano le CNN di mezzo mondo (e non è l’aspetto più inedito del film), se l’incontro tra i volonterosi plurilinguisti caschi blu e le varie etnie ai posti di blocco serbo/croato/bosniaco/sloveni è assolutamente esilarante nella sua agghiacciante assurdità, la perfetta sceneggiatura del film evita la trappola dell’umorismo nero facilone.

Tutto il contrario: sul filo di una recitazione perfetta (splendidi attori di teatro bosniaci; ma pure la grande Katrin Cartlidge di Mike Leigh, nelle vesti dell’assatanata ma lucida anchorwoman), di una fotografia solare di una campagna quasi bucolica che esalta il drammatico surrealismo della situazione, il film si ricompone sul dramma. Nell’equilibrio perfetto di una sceneggiatura sorprendentemente matura, tra risata e lacrima acquista il peso di una meditazione. E, in un bellissimo finale che vi lascerò scoprire, di una forte, disincantata metafora sull’impotenza alla quale sono confrontatii cosiddetti uomini di buona volontà.

____________________________________________________________________________

How to live with death? Contradicting the Croisette's traditional trend of palm trees, starlets and fatty annoyances, while waiting for Nanni Moretti's film, but also those of de Oliveira, Tsai Ming-Liang, Cédric Kahn or Imamura, the question that seems to run through the watermark of half the world's cinema present at this crazy festival is precisely that.

The elaboration of mourning, its apprenticeship. The re-appropriation of memory: as a value that binds us to those who were dear to us. But, equally, to that nature, to those objects, lights and atmospheres that were theirs. And which the survivors continue to nourish themselves with, since they conserve, and perhaps will conserve forever, the energy, the charge of affection, the indelible imprint of those who have disappeared. Clearly high content, not necessarily expressed in melodrama, anguish or negativity.

Sometimes even with the lightness, grace and humour of poetry. In these first few days of Cannes, in the midst of an environment that has become more and more discoloured by the curiosity dictated by easy consumption, the cinema has shown, against all evidence (think of the Italian cinema, in the face of the current situation) that it can still aspire to be a traditional territory of escape. But without renouncing to be one of reflection and intelligence.

As in the previous L'ALBERO DELLE CILIEGIE (The Cherry Tree) seen at Locarno in 1998, the Catalan Marc Recha continues in PAU E SUO FRATELLO (PAU AND HIS BROTHER) the search for those mysterious breaths that bind us to an order that is perhaps not only cosmic, but also eternal. After his brother's disappearance by suicide, Pau leaves Barcelona with his mother: towards the lost village among the peaks of the Pyrenees, where the young man lived his last years. Among his belongings; but, above all, among those who loved him. In that same intimacy that united them, and of which they will try to regain possession, even physically, even sexually. As well as the mysterious chiaroscuro of the mountains, the breezes that descend from the peaks when darkness enters between the houses, the sounds that come to life when the light returns to make its way along the ridges. Echoes of a natural order, which bring us closer to the sky than few others.

With even greater density, since it comes from a cultural tradition particularly close to meditation and the supernatural, DISTANCE, by the Japanese Kore Eda, takes its characters on a surprisingly similar journey. After a massacre followed by the usual collective suicide by members of a religious sect, relatives and survivors return, some years later, to the places and reasons for such atrocity. An elderly documentary filmmaker, author of two extraordinarily beautiful films on the theme of disappearance, memory and the possibility of materialising such abstract entities (MABOROSI and AFTER LIFE), the Japanese director continues his research. So similar to that of his characters: transposed to their own reality, their own time and their fellow men. Composed of long shots, pauses and silences that are filled only by the sounds of nature in which those who try to understand and trust the memory of the disappeared are forced to spend the night, the film is one that requires patience. Less fascinating, perhaps less successful than its predecessors, DISTANCE nevertheless confirms the singularity of a cinematic gaze that is as subdued as it is imperious, made up of a breath that transforms the extremely true, naturalistic observation of the universe into a supernatural and highly spiritual landscape.

STRICTLY BALLROOM was in Locamo (1992), ROMEO AND GIULIETTA in Berlin (the first time for Leonardo di Caprio), MOULIN ROUGE, noblesse oblige, lands the supreme (spectacular) honours of the Cannes opening. There are several common threads linking the three works; a sign that, for better or worse, it is an author. Music and theatre, of course: Baz Luhrmann the Australian was a pupil of Peter Brook and started out in operatic melodrama. Then, the themes: something like faith in love coming to the head of every plot. Then, the enhancement of youthful energy, of the glamour of its actors. Lastly, the style: made up of excess, over-the-top stylisation, references to the past transposed with who knows how much of an intellectually controlled or thoughtlessly squandered talent.

A Peter Greenaway who had set out to bungle WEST SIDE STORY, we would say of the palms scrambled in his previous Verona Beach: almost as if to anticipate his foray into musicals. Let's be clear, tragic lovers, references to tradition, musical comedy in their own way: Luhrnrann takes up, of course, the Toulouse-Lautrec, Erik Satie, garters, champagne and cancan of tradition. He remembers (perhaps) certain illustrious predecessors such as the Renoirs and John Huston. But more than anything else, he makes his own a wish that some will end up considering pious: my Toulouse-Lautrec is Andy Warhol. And so here we go again with the postmodernism that we had already invoked in favour of his more or less video-clip delirium: on the remains of that Belle Epoque, on the costumes and sets that were already quite insane for themselves, Luhrmann lets pop, techno and disco dance, the Beatles and Madonna, Elton John and David Bowie, U2, Queen, Sting or Like a Virgin pass through. Some will find the result of this unhinged luxury: but, at least for an hour, it seems more than exciting to me.

Commendable and courageous: in an entertainment world where no one (even talented ones) take risks. In short, to be appreciated, MOULIN ROUGE must be taken for what it is: a cheeky, immense and flamboyant video clip that has the impudence to smuggle Offenbach with much of the best of the music favoured by his grandchildren. It mixes reminiscences of Broadway with those of a hyperrealism over the roofs of Montmartre: with the intense blues of Klein, the thunder and lightning of advertising cinema, the twilight models of Dorè remade with the perfection of digital techniques, the moon laughing and crying of Meliès instead of the good old Parisian naturalism. And then there is Nicole Kidman; sexy and bloodless, marvellous and fatal like the Hayworths and Bacalls we thought we had lost forever, shameless and fragile like the Marilyns or the last Roberts at the same time. In that light-hearted merry-go-round she is worth the price of the ticket alone, believe me.

Amidst Christmas trees, dolls and garlands, crucifixes and madonnas on the walls, and all the good feelings fuelled by the choruses against a backdrop of skating in Central Park, R

It doesn't matter who started it, we're all in the m...: in the no man's land of the title, between the two front lines, a Serb and a Bosnian find themselves in a tragicomic trap. It is war, in all the dementia of its contemporary splendour: it is the violence experienced by the simple man in his own skin, observed through binoculars by the graduates and by politicians on the television screen. It is violence experienced at first hand by the simple man, observed through binoculars by graduates and politicians on television. If we thought we knew everything about the cruel absurdity of the situation in the former Yugoslavia, if many had taken care to illustrate the particular animosity of the contending parties, this documentary filmmaker in his first work of fiction (!) is here to remind us of other aspects of Slavic culture. His extraordinary grotesque vein, the sanguine depth of an exaggerated but exquisitely human theatricality. The dramatic Billy Wilder of THE AXE IN THE HAND, but especially the master of tragicomedy in STALAG 17 would not have minded the cruel comedy of the absurd in NO MAN'S LAND. But the ballet - and this is the merit of Danis Tanovic's film, and probably the reason for the Cannes ovation that heralds an international success for the public as well - is not only satirical. For while the three poor people trapped in the trenches are the subject of CNN coverage from halfway around the world (and this is not the film's most novel aspect), and the encounter between the multilingual blue helmets and the various ethnic groups at the Serb/Croat/Bosnian/Slovenian checkpoints is absolutely hilarious in its chilling absurdity, the film's perfect script avoids the trap of facile black humour.

Quite the opposite: on the edge of perfect acting (splendid Bosnian theatre actors; but also Mike Leigh's great Katrin Cartlidge, in the role of the assaultive but lucid anchorwoman), of a sunny photograph of an almost bucolic countryside that enhances the dramatic surrealism of the situation, the film recomposes itself on the drama. In the perfect balance of a surprisingly mature screenplay, between laughter and tears it acquires the weight of a meditation. And, in a beautiful finale that I will let you discover, a strong, disenchanted metaphor on the impotence faced by so-called men of good will.

www.filmselezione.ch

3800 reviews since 1950 at your disposal

For information or comments: info@filmselezione.ch

 

 

Per informazioni o commenti: info@films*TOGLIEREQUESTO*elezione.ch

 
 
Elenco in ordine


Ricerca






capolavoro


da vedere assolutamente


da vedere


da vedere eventualmente


da evitare

© Copyright Fabio Fumagalli 2021