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FESTIVAL DI CANNES... 1979 (1): FORMAN, ROSI, ALLEN, RISI, TECHINE, BREJEN, DELVAUX, CORNEAU, MALIK, ARMSTRONG, JANCSO, RITT, COMENCINI, SCHLOENDORFF, COPPOLA
  Stampa questa scheda Data della recensione: 24 maggio 1979
 
 

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Forman (Hair), Rosi (Cristo si è fermato ad Eboli),  Allen (Manhattan), Risi (Caro papà), Téchiné (Sorelle Bronte), Brejen, Delvaux (La femme entre chien et loup) Corneau (Serie Noire), Malik (I giorni del cielo) , Armstrong (La mia brillante carriera), Jancso (Rapsodia Magiara) , Ritt (Norma Rae) Comencini (L'ingorgo), Schloendorff ( Il tamburo di latta),  Coppola (Apocalypse Now)

10 maggio 1979: Forman

HAIR ha aperto il Festival. Tre proiezioni in una sala da duemila posti non sono state sufficienti per contenere la marea degli accreditati a Cannes 79. Ragione per la quale, il film l'ho visto poco e male. Ne riparleremo alla prima occasione: ma da quel poco, sì può dire che il regista cecoslovacco, ora diventato cittadino americano, è uno dei maestri dell'uso della musica al cinema. Lo si sapeva dai tempi di di TAKING OFF. Ancora prima, dalle sue commedie cecoslovacche. Riproposta sullo schermo dieci anni dopo la sua apparizione sui palcoscenici, la celebre commedia musicale ha conservato il suo sapore provocatorio. Non più per l'hippysmo, il pre-Vietnam, il rock, le parolacce o il nudo. Che sono passati di moda. Ma perché Forman non è uno che rinunci a passare sullo schermo delle idee, solo perché fa un musical. HAIR è segnato da una continua invenzione registica. Che metta in scena dei ballerini a Central Park non ha molta importanza. Dietro ad ogni nota c'è uno sguardo posato sulla nostra società.

11 maggio: Rosi e Allen

CRISTO SI E' FERMATO A EBOLI è un film che, a prima vista, può sconcertare. Un treno, un torpedone, un vecchio taxi, un viaggio interminabile; poi la Lucania. Gian Maria Volonté, è il Levi esiliato nei sud dai fascisti del grande romanzo italiano. Il film è molto lento; Volonté osserva la realtà che gli si presenta sotto gli occhi, i contadini del paesino in cima ad un colle isolato nel paesaggio lunare della Calabria, la piccola borghesia, il podestà. Osserva e medita su una situazione di emarginazione. Non di miseria. Non ci sono gli stracci, pretesto di spettacolo. E su questa constatazione il film, a prima vista abulico, prende forma. Rosi non fa più del cinema irruente. Sfiducia nella politica gridata, nel militantismo, nel partitismo? No, semplicemente invecchio, dice. E gli avvenimenti attorno a me degli ultimi anni, mi hanno cambiato. Come l'Olmi dell'ALBERO DEGLI ZOCCOLI, Rosi sente il bisogno di ritornare nel passato, alla terra, al ritmo quotidiano e primordiale dell'uomo. Non per rimpiangere, ma per constatare l'eternità, l'immutabilità di una condizione. EBOLI diventa così, poco a poco, una meditazione pacata, sofferta. E ci si accorge che la grande onestà, la sincerità, la qualità prima di Rosi che è quella di fare un cinema della ragione, traspare anche con questo suo nuovo ritmo, con questa sua costruzione classica, cosi lontana dalle invenzioni frenetiche di IL CASO MATTEI o di LE MANI SULLA CITTA'.

L'attuale, e un momento di ripensamento, per certi maestri del cinema. I tempi non invitano alle avventure. Come per Rosi, anche per Woody Allen questa sosta è proficua. MANHATTAN è probabilmente un capolavoro; a Woody riesce qualcosa di estremamente difficile, unire comicità e dramma, risata e riflessione, satira e compiutezza psicologica. Filmato in un bianco e nero che rende splendidamente la grazia ben nota della metropoli americana, MANHATTAN contiene battute esilaranti, come sempre. Ma, anche, per la prima volta nell'opera di Allen, dei personaggi perfettamente compiuti. Che s'impongono per la loro credibilità umana, che diventano poetici perché Allen non è un buffone, come si ostinavano a credere in molti. Ma certo, un poeta tra i più delicati del cinema di oggi.

13 maggio: Risi e Téchlné

CARO PAPA': questa volta la commedia all'italiana non l'hanno difesa nemmeno i francesi. Che da anni, giustamente, si battono per questo. Ma l'ultimo film di Dino Risi è tra i più deboli che l'autore di PROFUMO DI DONNA e di ANIMA PERSA abbia fatto da diversi anni. C'è Gassman finanziere di lusso, con moglie a Ginevra e amante a Roma. Una figlia drogata e un figlio col quale s'accorge di aver scambiato si e no due parole negli ultimi mesi. Il finanziere cerca di rimediare, ma il figlio è entrato nelle Brigate e coi suoi amici tenta addirittura di far fuori il padre. Il proposito di Risi è chiaro: passare dalla risata al gelo del dramma più assoluto, da Molière a Shakespeare. Ma i suoi personaggi sono di un conformismo e di una approssimazione totale, tutta la costruzione di uno schematismo puerile. Gassman fa il proprio verso con scarsa convinzione. E lo stesso Risi, qui a Cannes, sembrava essere il primo a dubitare del risultato globale. In Téchiné si poteva credere. Il suo precedente BAROCCO era una esercitazione linguistica  come spesso succede da quelle parti  ma il gioco ad incastro riusciva con un fascino tutto particolare. Nelle SORELLE BRONTE il fiasco è completo: certo, chi conosce Téchiné non poteva attendersi una biografia classicheggiante delle celebri sorelle della letteratura inglese. Ma perlomeno una dissertazione, dotta, sul fascino del «doppio». Brandwell, il fratello maledetto nel quale erano riposte tutte le ambizioni della famiglia, che si autodistrugge (cancellandosi letteralmente dal famoso dipinto nel quale appare con le sorelle; dipinto conservato alla National Gallery). E le sorelle, emarginate nella landa inglese, che ne assumono la personalità (artistica, psichica) per trasfondere in creazione i terribili umori che legano il nucleo familiare. al regista. Ed il tonfo, vista l'ambizione dell'impresa, è doloroso.

14 maggio: Brejen e Delvaux

Cinema norvegese, quello di Anja Brejen, giovane regista segnalatasi anche a Locarno. Ci si attende anticonformismo e spregiudicatezza. La storia (un gruppo di famiglia si sbrana per una eredità) è condotta con rigore e grande misura. Fin troppa: si segue, si approva, ma ci si scuote poco. André Delvaux, belga di ottima reputazione nei «milieux cinéphiles», è stato (finora) il più interessante fra i nomi non grandissimi. La sua FEMME ENTRE CHIEN ET LOUP racconta di una giovane sposa di Anversa che si ritrova, agli inizi dell'ultima guerra, un marito collaborazionista che se ne parte con le SS. E un amico partigiano, che s'installa nel domicilio coniugale fino al ritorno del nazista. Un po' prolisso sul finale (con il «messaggio» che diventa di conseguenza fumoso, per non dire ambiguo) il film è opera di una personalità di indubbia sensibilità. E originalità: cosa che sta diventando preziosa di questi tempi.

15 maggio: Corneau e Malik

SERIE NOIRE porta un titolo che non mena buono, visto che dovrebbe segnare il rilancio dei francesi. Alain Corneau è un regista di polizieschi, alla Melville. Dipingere un personaggio, un ambiente, per constatare una condizione umana più eterna. Qui Patrick Dewaere è un poveraccio di periferia, che comincia con un paio di spacconate e finisce pluri assassino, quasi senza rendersene conto. SERIE NOIRE è tutto giocato sui toni eccessivi, quasi isterici. Con un protagonista simpatico si può speculare sui sentimenti provocati dall'identificazione degli spettatori. Con Dewaere la cosa non funziona, una questione di pelle. Vien fuori una periferia squallida ed allucinata, certamente indovinata e sofferta. Ma è tutto. ll film di Terrence Malik, I GIORNI DEL CIELO, viene lanciato a Cannes dal medesimo produttore che in passato aveva fatto conoscere EASY RIDER e FIVE EASY PIECES; il meglio, cioè, del cinema americano giovane di sei o sette anni fa. Sarà curioso vedere se l'operazione gli riuscirà egualmente con Malik, una delle novità maggiormente discusse qui a Cannes. Il film porta degli operai di Chicago, divenuti stagionali per la raccolta del grano, a contatto con un ricco latifondista texano. Una storia chiarissima nella propria elementarità, che sui dialoghi scarni sposa il ritmo delle stagioni, il respiro della terra. C'è tutto il vigore di significati del cinema americano quando si ritrova al cospetto dei grandi spazi, tutto il fascino mitico della fuga migratoria che ha sempre impressionato gli artisti di quel paese. La fotografia che ha vinto un Oscar, è sontuosa. Fin troppo: per i difensori di Malik è un calligrafismo utile, al discorso di fondo. Per gli altri, dell'estetismo che mal si accompagna agli aratri.

16 maggio: Armstrong e Jancso

Il cinema australiano era già venuto a Cannes un anno fa, mostrando di aver ormai assimilato un buon mestiere di stampo hollywoodiano. Gill Armstrong è una ventenne che con LA MIA BRILLANTE CARRIERA fa opera di discreto femminismo. Il suo film è su una giovane australiana che, agli inizi del secolo, rinuncia al matrimonio per conservare la propria indipendenza professionale e artistica. Girato con degli attori esperti della vecchia scuola anglosassone, delicato e spiritoso, il film si vede con piacere. Una freschezza virginale cui manca un poco di spregiudicatezza, ma che si preferisce a certi intellettualismi velleitari, tipici dei festival. Non è il caso di Miklos Jancso, naturalmente. Che in passato ci ha dato opere straordinarie come SALMO ROSSO, I BIANCHI E I NERI o L'ARMATA A CAVALLO. L'ungherese, dopo la parentesi all'estero, è tornato alla storia del proprio paese, illustrando la vita del figlio di un proprietario terriero, che uccide da giovane il rappresentante politico dei contadini, ma che diventa in seguito antifascista e partigiano. Articolato in due episodi (RAPSODIA MAGIARA e ALLEGRO BARBARO) il racconto conferma la stanchezza inventiva di Jancso. Quello che una volta lasciava allibiti (la portentosa invenzione formale, i continui movimenti degli attori e della camera, l'uso delle musiche e dei colori, il ricorso ai simboli) ora sembra aver perso la propria efficacia.

17 maggio: Ritt e Comencini

Martin Ritt, ormai più vicino ai settanta che ai sessanta, ha un ruolo ben preciso nel cinema americano. Descrivere la realtà, i problemi proletari, sovente il Sud. Un tipo, quindi, abbastanza anticonformista, in una produzione che ha sempre privilegiato le situazioni ed i personaggi elitari. NORMA RAE descrive la nascita dei movimenti sindacalisti nel Sud reazionario. Non trent'anni fa, ma nel 1978... E' un film onesto, privo di genio ma non di cuore. Ritt, ex attore, ha sempre diretto i suoi con immediatezza. E, questa volta, ha trovato una ragazza piena di fuoco e di umanità, che dà peso all'intera pellicola, Sally Field. Altro ambiente, quello dell'autostrada di Comencini per L'INGORGO: un po' come in OTTO E MEZZO, nella scatoletta di metallo bloccata dal traffico, possono liberarsi i veri istinti umani. La prime invenzioni del film, oltre che le intenzioni dello stesso, sono ottime. Come Risi, anche Comencini vuol arrivare al dramma, diciamo pure universale, incominciando dalla battuta di Alberto Sordi. Se non ci riesce fino in fondo, perdendosi nei bozzetti, è per mancanza di tempo e, forse, non per assenza di genio Quello, intendiamoci, con una grande G.

18 maggio: Fellini e Schloendorff

Anche se PROVA D'ORCESTRA non era ancora uscito in Francia, il Festival ha forse un po' speculato sui tempi proponendolo come novità. In quanto al IL TAMBURO DI LATTA occorre riconoscere a Volker Schloendorff una grande preparazione, un approfondimento culturale e un senso dell'organizzazione spettacolare per aver osato ridurre al cinema la materia ampia e multiforme del capolavoro di Günther Grass. Dei grandi registi tedeschi è anche però quello che con maggiori difficoltà riesce a trascendere l'immagine. Il suo è sempre un cinema intelligente, ma freddo e ragionato. La maggior trovata del film è nella scelta del ragazzino Oscar, che a tre anni decide di rinunciare a crescere, in segno di rifiuto e di protesta nei confronti della società. Un attore dodicenne che compie il miracolo di risultare credibile a tre anni di età come a quindici. Ma, per il resto, il film commuove difficilmente, incanta ancor meno e, diciamolo pure, finisce con l'accusare le sue due ore e mezzo di durata.

19 maggio: Coppola

Comprimere APOCALYPSE NOW in questa cronaca affrettata è un delitto. Ritorneremo con più calma, quando il film uscirà in autunno. Il regista del PADRINO e di COVERSATION PIECES ha messo tutti i suoi soldi in questa impresa colossale. A prima vista il film è un documento sul Vietnam: un capitano americano di stanza a Saigon viene inviato in missione segreta ad eliminare un altro americano, un altro ufficiale, impazzito nel profondo della giungla, dopo un passato guerriero esemplare. Tratto da un romanzo di Joseph Conrad, il film scopre quasi subito le sue carte. Non di azione di guerra si tratta, bensì di un viaggio allucinante nella follia. Gli elicotteri, ripresi con un realismo agghiacciante, attaccano un villaggio vietnamita al suono di Wagner. Nella base americana nella giungla le conigliette di Playboy mettono in scena uno spettacolo nel quale sesso e frustrazioni si mescolano in modo allucinante. Tra le Kawasaki ed i transistor venduti al mercato si aggirano personaggi tragicomici, che pensano allo sci d'acqua o al surf tra i cadaveri ed il napalm. Man mano che la piccola pattuglia in missione risale un fiume nella giungla, il sorriso si spegne, e la tragedia assume tutta la sua dimensione. Dimensione tanto più assoluta per il fatto che Coppola riesce a renderla astratta, metafisica. Coppola ha fatto un film di una ricchezza tematica e formale sbalorditiva. Uno spettacolo grandioso, nel quale tutti i temi del cinema americano degli ultimi anni vengono abbordati: dal consumismo alla tecnologia, dal mito cinematografico al colonialismo, dal fumetto alla musica popolare. Senza mai, al contrario del film di Cimino che rappresenta il termine obbligato di confronto (THE DEER HUNTER), perdere di vista l'obiettivo principale: una condanna non solo della guerra, ma un'analisi della degenerazione che porta l'uomo alla violenza. Film d'invenzioni sbalorditive, dell'intelligenza nell'andare al profondo del dramma, arte consumata dello spettacolo.

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Forman (Hair), Rosi (Christ Stopped at Eboli), Allen (Manhattan), Risi (Dear Dad), Téchiné (Bronte Sisters), Brejen, Delvaux (La femme entre chien et loup) Corneau (Serie Noire), Malik (Days of Heaven) , Armstrong (My Brilliant Career), Jancso (Magyar Rhapsody) , Ritt (Norma Rae) Comencini (The Traffic Jam), Schloendorff ( The Tin Drum), Coppola (Apocalypse Now)

May 10, 1979: Forman

HAIR opened the festival. Three screenings in a two-thousand-seat hall were not enough to contain the tide of Cannes 79 accreditations. Reason why, I saw the film little and badly. We will talk about it again at the first opportunity: but from that little, it can be said that the Czechoslovakian director, now become an American citizen, is one of the masters of the use of music in cinema. This has been known since the days of TAKING OFF. Even earlier, from his Czechoslovakian comedies. Revived on the screen ten years after its appearance on stages, the famous musical comedy retained its provocative flavor. No longer for hippysm, pre-Vietnam, rock, swearing or nudity. That have gone out of fashion. But because Forman is not one to give up passing ideas onto the screen just because he makes a musical. HAIR is marked by continuous directorial invention. That he stages dancers in Central Park doesn't matter much. Behind every note is a posed look at our society.

May 11: Rosi and Allen

CHRIST IS STOPPED IN EBOLI is a film that, at first glance, can be disconcerting. A train, a coach, an old cab, an interminable journey; then Lucania. Gian Maria Volonté, is the Levi exiled to the south by the fascists of the great Italian novel. The film is very slow; Volonté observes the reality before his eyes, the peasants of the little village on top of an isolated hill in the lunar landscape of Calabria, the petty bourgeoisie, the podestà. He observes and meditates on a situation of marginalization. Not one of misery. There are no rags, a pretext for spectacle. And on this observation the film, at first glance abulic, takes shape. Rosi no longer makes impetuous cinema. Does he distrust shouted politics, militantism, partisanship? No, I simply grow old, he says. And the events around me in recent years have changed me. Like the Olmi of ALBERO DEGLI ZOCCOLI, Rosi feels the need to return to the past, to the earth, to the daily, primordial rhythm of man. Not to regret, but to note the eternity, the immutability of a condition. EBOLI thus becomes, little by little, a quiet, suffered meditation. And one realizes that Rosi's great honesty, sincerity, his prime quality of making a cinema of reason, also shines through with this new rhythm of his, with this classical construction, so far from the frenetic inventions of IL CASO MATTEI or LE MANI SULLA CITTA'.

The present, and a time of rethinking, for certain masters of cinema. The times do not invite adventures. As with Rosi, this pause is fruitful for Woody Allen. MANHATTAN is arguably a masterpiece; Woody succeeds at something extremely difficult, combining comedy and drama, laughter and reflection, satire and psychological fulfillment. Filmed in a black and white that beautifully renders the well-known grace of the American metropolis, MANHATTAN contains hilarious jokes, as always. But, also, for the first time in Allen's work, perfectly accomplished characters. Who stand out for their human believability, who become poetic because Allen is not a buffoon, as many people persisted in believing. But certainly, a poet among the most delicate in cinema today.

May 13: Risi and Téchlné

DEAR DAD: This time the Italian-style comedy was not defended even by the French. Who have been rightly fighting for it for years. But Dino Risi's latest film is among the weakest the author of PROFUMO DI DONNA and ANIMA PERSA has made in several years. There is Gassman an upscale financier with a wife in Geneva and a mistress in Rome. A drug-addicted daughter and a son with whom he realizes he has exchanged no more than two words in recent months. The financier tries to make amends, but the son has joined the Brigades and with his friends even tries to take out the father. Risi's purpose is clear: to move from laughter to the chill of absolute drama, from Molière to Shakespeare. But his characters are of a total conformity and approximation, the whole construction of a puerile schematism. Gassman does his own verse with little conviction. And Risi himself, here at Cannes, seemed to be the first to doubt the overall result. In Téchiné one could believe. His earlier BAROCCO was a linguistic exercise as is often the case over there but the interlocking game succeeded with a charm all its own.

In BRONTE SISTERS the fiasco is complete: sure, those who know Téchiné could not expect a classical biography of the famous sisters of English literature. But at least a dissertation, scholarly, on the fascination of the "double." Brandwell, the cursed brother in whom all the ambitions of the family were placed, who self-destructs (literally erasing himself from the famous painting in which he appears with the sisters; a painting preserved in the National Gallery). And the sisters, marginalized in the English heath, who take on his personality (artistic, psychic) to transfuse into creation the terrible moods that bind the family unit. to the director. And the thud, given the ambition of the enterprise, is painful.

May 14: Brejen and Delvaux.

Norwegian cinema, that of Anja Brejen, a young filmmaker also noted at Locarno. Nonconformism and unscrupulousness are expected. The story (a family group mauls each other over an inheritance) is conducted with rigor and great measure. Far too much: one follows, one approves, but one is shaken little. André Delvaux, a Belgian of excellent reputation in the "milieux cinéphiles," has been (so far) the most interesting among the not-so-great names. His FEMME ENTRE CHIEN ET LOUP tells of a young bride from Antwerp who finds herself, at the beginning of the last war, with a collaborationist husband who leaves with the SS. And a partisan friend, who settles in the marital home until the Nazi returns. A bit verbose on the ending (with the "message" becoming consequently foggy, not to say ambiguous) the film is the work of a personality of undoubted sensitivity. And originality: something that is becoming precious these days.

May 15: Corneau and Malik

SERIE NOIRE carries a title that doesn't mena good, since it is supposed to mark the revival of the French. Alain Corneau is a detective director, à la Melville. He paints a character, an environment, to note a more eternal human condition. Here Patrick Dewaere is a poor man from the suburbs, who starts with a couple of blunders and ends up multiple murderers, almost without realizing it. SERIES NOIRE is all about excessive, almost hysterical tones. With a sympathetic protagonist one can speculate on the feelings caused by the viewers' identification. With Dewaere this does not work, a matter of skin deep. What comes out is a bleak and hallucinated suburbia, certainly guessed and suffered. But that's all.Terrence Malik's film, THE DAYS OF THE SKY, is being launched at Cannes by the same producer who had previously introduced EASY RIDER and FIVE EASY PIECES; the best, that is, of young American cinema six or seven years ago. It will be curious to see if the operation succeeds him equally with Malik, one of the most talked-about novelties here at Cannes. The film brings Chicago workers, who have become seasonal wheat pickers, into contact with a wealthy Texas landowner. A story crystal clear in its elementarity, which on the sparse dialogues marries the rhythm of the seasons, the breath of the earth. There is all the vigor of meaning of American cinema when it finds itself in the presence of the great spaces, all the mythical fascination of migratory flight that has always impressed the artists of that country. The cinematography, which won an Oscar, is sumptuous. Far too much: for Malik's defenders, it is a useful calligraphy, to the underlying discourse. For others, of the aestheticism that goes badly with the plows.

May 16: Armstrong and Jancso.

Australian cinema had already come to Cannes a year ago, showing that it has now assimilated good Hollywood-style craft. Gill Armstrong is a 20-year-old who makes discreet feminist work with MY BRILLIANT CAREER. Her film is about a young Australian woman who, at the turn of the century, gives up marriage to preserve her professional and artistic independence. Shot with experienced actors of the old Anglo-Saxon school, gentle and witty, the film is a pleasure to watch. A virginal freshness that lacks a little unscrupulousness, but which is preferred to certain wishy-washy intellectualisms typical of festivals. This is not the case with Miklos Jancso, of course. Who in the past has given us such extraordinary works as RED SALMON, THE WHITES AND THE BLACKS or THE HORSE ARMY. The Hungarian, after his interlude abroad, returned to the history of his own country, illustrating the life of a landowner's son, who kills the political representative of the peasants as a young man, but later becomes an anti-fascist and partisan. Broken down into two episodes (RAPSODIA MAGIARA and ALLEGRO BARBARO) the tale confirms Jancso's inventive weariness. What once dazzled (the portentous formal invention, the constant movements of actors and camera, the use of music and colors, the use of symbols) now seems to have lost its effectiveness.

May 17: Ritt and Comencini

Martin Ritt, now closer to seventy than sixty, has a definite role in American cinema. Describing reality, proletarian problems, often the South. A fairly nonconformist type, then, in a production that has always favored elitist situations and characters. NORMA RAE describes the emergence of labor movements in the reactionary South. Not 30 years ago, but in 1978.... It is an honest film, lacking genius but not heart. Ritt, a former actor, has always directed his own with directness. And, this time, he has found a girl full of fire and humanity, who gives weight to the whole film, Sally Field. Another setting, that of Comencini's highway for L'INGORGO: somewhat like in EIGHT AND A HALF, in the little metal box blocked by traffic, true human instincts can be released. The film's early inventions, as well as its intentions, are excellent. Like Risi, Comencini also wants to get at the drama, let us say universal, starting with Alberto Sordi's line. If he does not succeed all the way, getting lost in the sketches, it is for lack of time and, perhaps, not for lack of genius That, let's be clear, with a big G.

May 18: Fellini and Schloendorff.

Although PROVA D'ORCESTRA had not yet been released in France, the Festival perhaps speculated a bit on the timing by offering it as a novelty. As for THE TINK DRUM, one must credit Volker Schloendorff with great preparation, cultural insight and a sense of spectacular organization for daring to reduce the broad and multifaceted subject matter of Günther Grass's masterpiece to cinema. Of the great German directors, however, he is also the one who with the greatest difficulty manages to transcend the image. His is always intelligent, but cold and reasoned cinema. The film's greatest gimmick is in the choice of the little boy Oscar, who at the age of three decides to give up growing up as a sign of rejection and protest against society. A 12-year-old actor who performs the miracle of being as believable at three years of age as he was at 15. But otherwise, the film hardly moves, enchants even less and, let's face it, ends up blaming its two-and-a-half hour running time.

May 19: Coppola

To compress APOCALYPSE NOW into this rushed chronicle is a crime. We will return more calmly when the film is released in the fall. The director of THE GODFATHER and COVERSATION PIECES has put all his money into this colossal undertaking. At first glance, the film is a document on Vietnam: an American captain stationed in Saigon is sent on a secret mission to eliminate another American, another officer, who has gone mad deep in the jungle after an exemplary warrior past. Based on a novel by Joseph Conrad, the film almost immediately uncovers its cards. This is not war action, but a hallucinatory journey into madness. Helicopters, filmed with chilling realism, attack a Vietnamese village to the sound of Wagner. At the American base in the jungle, Playboy bunnies put on a show in which sex and frustrations mingle hallucinatingly. Tragicomic characters wander among the Kawasakis and transistors sold at the market, thinking about water skiing or surfing among the corpses and napalm. As the small patrol on a mission ascends a river in the jungle, the smile fades, and the tragedy takes on its full dimension. Dimension all the more absolute for the fact that Coppola manages to make it abstract, metaphysical. Coppola has made a film of astounding thematic and formal richness. A grand spectacle in which all the themes of American cinema in recent years are tackled: from consumerism to technology, from cinematic myth to colonialism, from comics to popular music. Without ever, unlike Cimino's film that is the obligatory term of comparison (THE DEER HUNTER), losing sight of the main objective: a condemnation not only of war, but an analysis of the degeneration that leads man to violence. Film of stunning invention, of intelligence in going to the depths of drama, consummate art of spectacle.

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