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PRISONERS Film con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggio
  Stampa questa scheda Data della recensione: 2 dicembre 2013
 
di Denis Villeneuve, con Hugh Jackman, Jake Gyllenhaal, Maria Bello, Viola Davis, Terrence Howard, Melissa Leo, Paul Dano (Stati Uniti, 2013)
 

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Hollywood è spesso puntuale nell'appropriarsi i grandi talenti che si affermano altrove. Che di talento definitivamente affermato si tratti nessuno ne dubita ormai nel caso del regista canadese Denis Villeneuve, autore di tre opere molto forti, MAELSTROEM, POLYTECHNIQUE e INCENDIES - LA DONNA CHE CANTA. Questo PRISONERS, plebiscitato a Toronto e dal box-office, thriller per molti versi affascinante, immerso in un'America dove ognuno è, come dice il titolo, prigioniero delle proprie pulsioni, compie però ancora troppi passi falsi per convincerci di essere in presenza del successore del David Cronenberg di A HISTORY OF VIOLENCE, dell'Eastwood di MYSTIC RIVER del Fincher di ZODIAC.


La scomparsa di due bimbe (bianca una, l'altra ovviamente di colore) in pieno Thanksgiving nell'inverno di una Georgia fotografata dall'immenso Roger Deakins dei Coen e di Sam Mendes, scatena una comprensibile caccia all'uomo: meno spiegabile, ci insegna la sceneggiatura non proprio stringata del film, sono però le varie nature che vengono a galla in quei concitati momenti dietro i padrenostri e le riflessioni etiche recitate dagli inseguitori. Psicopatici, militaristi, paranoici ossessionati dall'idea di essere gli incrollabili depositari di un'America in perenne stato d'assedio, padri di famiglia e pastori di anime che finiscono per trasformarsi in giustizieri sommari. Vittime e carnefici, emblemi a prima vista esemplari di un Bene e un Male intercambiabile s'inventano torturatori: in un andirivieni psicologico, una sovrapposizione di piste che finisce per annebbiare il messaggio dell'autore oltre che il filo del discorso per lo spettatore.


Un ritmo ipnotico, anche se prolungato oltre il lecito nei suoi 153 minuti, con Villeneuve che sembra dilettarsi (si fa per dire) a sviare sadicamente un suspense-horror al quale sarebbero bastati gli stimoli derivanti da quel groviglio di fondamentalismi etico e religiosi. Un ambizioso estremismo della sceneggiatura che arrischia ad ogni istante di prevaricare le tante qualità del film, la gravità della sua atmosfera livida, prigioniera delle pulsioni dei personaggi, memore di tutti gli Hannibal Lecter, incollata alla resa impressionante degli attori.

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Hollywood is often quick to appropriate great talents that have established themselves elsewhere. No one doubts that this talent is definitively established in the case of Canadian director Denis Villeneuve, author of three very strong works, MAELSTROEM, POLYTECHNIQUE and INCENDIES. This PRISONERS, acclaimed in Toronto and at the box-office, a thriller that is fascinating in many ways, immersed in an America where everyone is, as the title suggests, a prisoner of their own impulses, still makes too many missteps to convince us that we are in the presence of the successor to David Cronenberg's A HISTORY OF VIOLENCE, Eastwood's MYSTIC RIVER and Fincher's ZODIAC.

The disappearance of two little girls (one white, the other obviously black) in the middle of Thanksgiving in the winter of a Georgia photographed by the immense Roger Deakins of the Coens and Sam Mendes, triggers an understandable manhunt: less explainable, as the film's not-so-subtle screenplay teaches us, are the various natures that come to the surface in those frantic moments behind the hosts and the ethical reflections recited by the pursuers. Psychopaths, militarists, paranoids obsessed with the idea of being the unshakable guardians of an America in a perpetual state of siege, family men and shepherds of souls who end up turning into summary executioners. Victims and executioners, emblems at first sight exemplary of an interchangeable Good and Evil, invent torturers: in a psychological back-and-forth, an overlapping of tracks that ends up clouding the author's message as well as the thread of the speech for the viewer.

A hypnotic rhythm, even if it is prolonged beyond what is permissible in its 153 minutes, with Villeneuve who seems to delight (so to speak) in sadistically diverting a suspense-horror that would have needed only the stimuli deriving from that tangle of ethical and religious fundamentalisms. An ambitious extremism of the screenplay that risks at every moment to prevail over the many qualities of the film, the gravity of its livid atmosphere, prisoner of the pulses of the characters, mindful of all the Hannibal Lecters, glued to the impressive performance of the actors.

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