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LA PELLE CHE ABITO
(LA PIEL QUE HABITO)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 6 ottobre 2011
 
di Pedro Almodovar, con Antonio Banderas, Elena Anaya, Marisa Paredes (Spagna, 2011)
 

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Pedro Almodovar adatta il giallo La Mygale di Thierry Janquet ma soprattutto, dopo tanti memorabili melodrammi, filma il suo primo horror-thriller. Se per il secondo aspetto si pensa subito ad Hitchcock, non fosse che perché, come in REBECCA, c'è il fantasma da far rivivere di una prima moglie morta in un rogo, per il primo di quei generi il riferimento d'obbligo è LES YEUX SANS VISAGE di Georges Franju (1960). La più celebre delle pellicole nelle quali l'uso della chirurgia plastica è stato associato al terrore e al crimine. Almodovar, uno fra i più grandi e identificabili fra i cineasti contemporanei, non è però qualcuno che si accontenti di un d'après; e liquidare LA PELLE CHE ABITO come abile ma minore esercizio di stile significa chiudere gli occhi sulle impronte inconfondibili (le preoccupazioni, il modo di rappresentarle) che risplendono con evidenza.


E' vero che la tortuosa vendetta del padre-chirurgo interpretato dallo storico compagno di strada del regista, il sempre affascinante Antonio Banderas, non si costruisce costantemente nella medesima, formidabile tensione iniziale; che l'irrisione del grottesco al quale ci ha abituato l'autore di TACCHI A SPILLO e di PARLA CON LEI non riesce sempre a dissacrare, com'era nelle intenzioni, la glaciale perfezione della vernice. E' vero che spesso si ammira, più che veramente partecipare all'impresa. Ma rimangono gemme che affiorano da un'opera comunque sorprendente. E commovente: quando lascia trasparire le ferite intime e espressive dell'artista, l'angoscia della propria identità sessuale, l'ambivalenza che incide sulla passione, nella crudeltà come nella tenerezza, il voyeurismo sfrontato, ma quanto fragile nel risolvere il desiderio.


Al di là di qualche incertezza drammaturgica (la madre pur determinante interpretata da Marisa Paredes, il suspense un attimo laborioso quando si attarda in certi dettagli della vendetta) a sbalordire una volta ancora è l'energia espressiva di Almodovar: come mirabilmente si adegua alla precisione del bisturi del protagonista nell'appropriarsi con folgorante perfezione gli ambienti, come si accosta con ambigua ma trepidante prossimità erotica a sfiorare i dettagli dell'anatomia della splendida (e bravissima) Elena Anaya, come gioca sovrano fra i riflessi dei monitor, come plasma lo spazio ai propri voleri. E, sempre, lo splendore impareggiabile delle scenografie, il risalto delle dominanti cromatiche, il mistero che si sublima nei chiaroscuri, nella fascinazione suadente delle musiche.

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Pedro Almodovar adapts Thierry Janquet's detective story La Mygale, but more importantly, after so many memorable melodramas, he films his first horror-thriller. If for the second aspect one immediately thinks of Hitchcock, if only because, as in REBECCA, there is the ghost to be revived of a first wife who died at a stake, for the first of those genres the obligatory reference is Georges Franju's LES YEUX SANS VISAGE (1960). The most famous of the films in which the use of plastic surgery has been associated with terror and crime. Almodovar, one of the greatest and most identifiable of contemporary filmmakers, is not, however, someone who is content with a d'après; and to dismiss THE SKIN THAT I DRESS as a skillful but minor exercise in style is to close one's eyes to the unmistakable imprints (the concerns, the way they are represented) that shine through clearly.


It is true that the torturous revenge of the father-surgeon played by the director's longtime sidekick, the always charming Antonio Banderas, does not consistently build in the same, formidable initial tension; that the mockery of the grotesque to which the author of SPILT HEELS and TALK TO HER has accustomed us does not always succeed in desecrating, as was the intention, the glacial perfection of the paint. It is true that one often admires rather than truly participates in the enterprise. But there remain gems that surface from a work that is nonetheless surprising. And moving: when it lets the artist's intimate and expressive wounds shine through, the anguish of his own sexual identity, the ambivalence that affects passion, in cruelty as in tenderness, the shameless voyeurism, but how fragile in resolving desire.


Beyond a few dramaturgical uncertainties (the albeit decisive mother played by Marisa Paredes, the suspense a moment labored when it lingers in certain details of revenge) what once again astounds is Almodovar's expressive energy: how admirably he adjusts himself to the precision of the protagonist's scalpel in appropriating the environments with dazzling perfection, how he approaches with ambiguous but trepidatious erotic proximity to skim the details of the anatomy of the splendid (and very good) Elena Anaya, how he plays sovereignly among the reflections of the monitors, how he molds space to his own wills. And, always, the unparalleled splendor of the sets, the prominence of the chromatic dominants, the mystery that is sublimated in the chiaroscuros, in the persuasive fascination of the music.

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