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LA DONNA CHE CANTA
(INCENDIES)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 7 marzo 2011
 
di Denis Villeneuve, Lubna Azabal, Rémy Girard, Mélissa Désormeaux-Poulin (Canada, 2010)
 

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Il pubblico e il privato, l'infinitamente grande e l'apparentemente piccolo, la storia terribile del Libano negli anni della guerra civile e le sue ripercussioni nelle intimità più segrete di una famiglia di sopravvissuti. Una visione di notevole efficacia naturalistica, quasi da grande spettacolo; ma dei significati che affondano nell'eternità dei miti, della condizione edipica e in quella femminile; una riflessione sul generico anonimato della violenza, negli echi contemporanei di una tragedia greca.

Lo avrete compreso, LA DONNA CHE CANTA è un film duro e introspettivo, creativamente autonomo (malgrado la propria origine teatrale, la celebre epopea dell'autore libico-canadese Wajdi Mouawad) nella sua ambiziosa, impegnativa costruzione. Sulla quale si può anche disquisire; ma non sull'emozione che provoca, a tratti indimenticabile. Ricerca delle propria identità, a partire dal Quebec, da parte di un regista che già si era fatto notare per due opere forti (MAELSTROEM e POLYTECHNIQUE): alla scomparsa della madre, due gemelli immigrati da un paese arabo (che saggiamente rimarrà anonimo, rendendo cosi il discorso universale) apprendono di dover ritrovare un padre che ritenevano morto e un fratello del quale ignoravano l'esistenza. Viaggio a ritroso nello spazio e nel tempo, nelle diverse epoche e relative atmosfere, nell'ignorata resistenza politica di una madre (il magnetismo di Lubna Azabal, attrice belga di origine marocchina), nella violenza estrema del conflitto tra mussulmani e cattolici maroniti. Costruito a colpi di flashback e colpi di scena a volta spettacolari a volta metaforici, dialoghi significativi e silenzi egualmente rivelatori, sempre sorprendenti, emozionanti.

Magari anche troppo: quando l'imponenza dell'affresco, nel tempo come all'interno delle psicologie, il desiderio di nulla tralasciare nel non-detto, arrischia di sconfinare l'encomiabile distacco espressivo del film, il pudore e il ritegno che permeano la violenza della tragedia in un eccesso di ellissi. Paradossalmente, in un troppo pieno che sappia di romanzato. Ma è l'approfondimento espressivo di Denis Villeneuve, il peso umanistico oltre che storico del lavoro originale del drammaturgo a conferire in definitiva al film la forza e la dignità di una riflessione dai significati eterni.

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The public and the private, the infinitely large and the apparently small, the terrible history of Lebanon in the years of the civil war and its repercussions in the most secret intimacies of a family of survivors. A vision of remarkable naturalistic efficacy, almost of a great spectacle; but with meanings that sink into the eternity of myths, of the Oedipal condition and that of women; a reflection on the generic anonymity of violence, in the contemporary echoes of a Greek tragedy.

You will have understood that INCENDIES is a tough and introspective film, creatively autonomous (despite its theatrical origin, the famous epic by the Libyan-Canadian author Wajdi Mouawad) in its ambitious, demanding construction. One can argue about it, but not about the emotion it provokes, which is at times unforgettable. A search for one's own identity, starting in Quebec, by a director who had already made his mark with two strong works (MAELSTROEM and POLYTECHNIQUE): when their mother disappears, two twins, immigrants from an Arab country (who will wisely remain anonymous, thus making the discourse universal), learn that they must find a father they thought was dead and a brother whose existence they did not know. It is a journey backwards in space and time, through different eras and atmospheres, through the ignored political resistance of a mother (the magnetism of Lubna Azabal, a Belgian actress of Moroccan origin), through the extreme violence of the conflict between Muslims and Maronite Catholics. The film is built on flashbacks and twists that are sometimes spectacular and sometimes metaphorical, with meaningful dialogues and equally revealing silences, always surprising and exciting.

Perhaps even too much: when the impressiveness of the fresco, in time as well as within the psychologies, the desire to leave nothing out of the unspoken, risks trespassing on the film's commendable expressive detachment, the modesty and restraint that permeate the violence of the tragedy in an excess of ellipsis. Paradoxically, in an over-fullness that smacks of the fictional. But it is Denis Villeneuve's expressive depth, the humanistic as well as historical weight of the playwright's original work that ultimately gives the film the strength and dignity of a reflection with eternal meanings.

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