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LEGAMI!
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 19 aprile 1989
 
di Pedro Almodovar, con Victoria Abril, Antonio Banderas, Francisco Rabal, Julieta Serrano, Rossy De Palma (Spagna, 1989)
 

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L'esagerazione del tratto, la sottolineatura abnorme è la via utilizzata da Pedro Almodovar per giungere al grottesco. Per certi aspetti à la stessa utilizzata a suo tempo dal piu' grande regista del suo paese, Luis Bunuel. E, in fondo, - l'esempio di Velasquez o Goya viene facilmente alla mente - da tutta la grande tradizione del barocco spagnolo.Almodovar ha molte cose in comune con il mitico Don Luis: prima fra tutte quella di filmare dei personaggi in preda al desiderio. Certo, il cinema di Bunuel era quello di un surrealista cresciuto nell'ammirazione della commedia americana: confrontato a quello clamoroso di Almodovar, lo stile dei suoi film ha il rigore e la sobrietà di quello di un Bresson.Ma quando si parla d'amplificazione espressiva, d'esagerazione degli effetti, non significa riferirsi esclusivamente alla prima cosa che viene alla mente in questi casi: lo stile esacerbato della fotografia, dei movimenti della cinepresa, o della scelta delle inquadrature e degli sfondi.Significa innanzitutto - ed in questo i due spagnoli si assomigliano in modo impressionante - non voler seguire i sentieri già battuti. Già dalla sorgente prima dell'ispirazione, da quell'idea “ in nuce “ che fa scattare la scintilla dell'invenzione artistica , Almodovar, proprio come Bunuel, non intende raccontare una storia che si sviluppa, né tanto meno si conclude, secondo i canoni della logica ( drammaturgica, e quindi anche morale, per quel fenomeno d'identificazione dell'osservatore che è alla base di tutto ) tradizionale. Sembra che i due siano in attesa di un solo momento: quello nel quale lo spettatore è convinto - piu' o meno consciamente .- di aver capito tutto di cio' che gli si va raccontando. Di aver tirato le sue brave somme, solitamente di un bilancio di comodo. Ed ecco allora giungere puntuale l'istante magico ed insopprimibile, quello nel quale lo spettatore è sollevato dal proprio torpore rassicurante di frequentatore di sale oscure. Questo momento bisogna pero' prepararlo, affinché' esso possa apparire credibile, se non alla morale, perlomeno alla logica dell'osservatore. Occorre quindi tutta una serie d'interventi stranianti, di sotterfugi espressivi, di tocchi e di scelte piu' o meno violente che non hanno che uno scopo, quello di condurre al paradosso ed alla sua accettazione La scelta degli attori, per esempio. Con quella che viene definita l'arte del miscasting, della scelta alla rovescia: un travestito, che sottolineerà l'esasperazione di certi aspetti della femminilità. Quella delle scenografie: cartepeste, fiori finti e mobilio di un certo genere finiranno per suggerire il senso di una fuga fasulla verso il romanticismo. Colori vivissimi, o al contrario pastello, ad indicare precisi trascorsi estetici, e quindi determinati rinvii storici e sociali. O ancora musiche kitsch, trucchi violenti sui visi degli attori ferocemente illuminati, che primi piani d'inconsueta avidità vengono a reclamare.Tutta questa chincaglieria arrischia di sgangherarsi fra le mani dell'artista, a meno di essere posseduta perfettamente. Si è detto allora di Almodovar che ricordava Lubitsch e Renoir: proprio per il ritmo leggero del suo montaggio, per quella simmetria del racconto e delle situazioni che lo fa ritornare, come in certe commedie da boulevard, con cronometrica precisione nelle stesse stanze, con i medesimi comportamenti.A questo tipo di schema LEGAMI aderisce con una naturalezza che mi pare assai meno felice che non nel precedente DONNE SULL'ORLO DI UNA CRISI DI NERVI.GIà il soggetto non è di quelli che sconvolgono platee ormai smaliziate: la vittima che s'innamora del carnefice, senza pensare alle aberrazioni della Cavani, è qualcosa alla quale la cronaca - senza scomodare il cinema - ci ha ormai abituato da tempo. Ma tutto l'intervento stilistico del regista appare un po' all'acqua di rosa: anche se iscritto - in nome di quanto esposto piu' sopra - in una sceneggiatura dalla logica chiara.Piu' coraggiosi, semmai, certi risvolti quasi patologici delle tematiche del nostro: come il finale - che poi ognuno è libero d'interpretare come il massimo della misoginia o tutto il contrario se meglio gli aggrada - con il nostro macho dal sequestro facile che si ritrova con tanto di suocera, cognata ed accessori vari.Con in premio qualche chicca ( prima fra tutte una prolungata copula Banderas - Abril, pure qui da dibattere se in chiave femminista ...) LEGAMI conferma mestiere e malizia d'Almodovar: alla sua prossima opera ( fra qualche settimana a Cannes ) il compito di rassicurarci che il primo non abbia ormai preso il sopravvento sulla seconda.

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The exaggeration of the line, the abnormal emphasis is the way Pedro Almodovar uses to arrive at the grotesque. In some respects à the same one used in his time by his country's greatest director, Luis Bunuel. And, after all - the example of Velasquez or Goya easily comes to mind - by the whole great tradition of Spanish baroque.Almodovar has many things in common with the mythical Don Luis: first and foremost that of filming characters in the grip of desire. Admittedly, Bunuel's cinema was that of a surrealist who grew up in admiration of American comedy: compared to Almodovar's clamorous one, the style of his films has the rigor and restraint of that of a Bresson. But when we speak of expressive amplification, of exaggeration of effects, it does not mean referring exclusively to the first thing that comes to mind in such cases: the exacerbated style of photography, camera movements, or the choice of shots and backgrounds.It means first and foremost-and in this the two Spaniards are strikingly similar-it means not wanting to follow the paths already taken. Already from the first source of inspiration, from that idea in nuce that triggers the spark of artistic invention , Almodovar, just like Bunuel, does not intend to tell a story that develops, let alone concludes, according to the canons of logic ( dramaturgical, and therefore also moral, because of that phenomenon of identification of the viewer that underlies everything ) traditional. The two seem to be waiting for only one moment: that in which the viewer is convinced -- more or less consciously .-- that he has understood everything about what he is being told. That he has drawn his good sums, usually of a balance sheet of convenience. And here then comes punctually the magic and irrepressible instant, the one in which the spectator is relieved from his own reassuring torpor as a frequenter of dark halls. This moment must be prepared, however, so that it may appear credible, if not to morality, at least to the logic of the observer. Therefore, a whole series of alienating interventions, expressive subterfuges, touches and more or less violent choices are needed, which have but one purpose, that of leading to paradox and its acceptance The choice of actors, for example. With what is called the art of miscasting, of choice in reverse: a transvestite, who will emphasize the exasperation of certain aspects of femininity. That of the set designs: wallpapers, fake flowers, and furniture of a certain kind will end up suggesting a sense of a phony escape into romance. Vivid colors, or on the contrary pastel, to indicate precise aesthetic backgrounds, and thus certain historical and social references. Or even kitschy music, violent tricks on the faces of fiercely lit actors, which close-ups of unusual greed come to claim.All this trinketry is in danger of unraveling in the artist's hands, unless it is perfectly possessed. It was said then of Almodovar that he was reminiscent of Lubitsch and Renoir: precisely because of the light rhythm of his editing, because of that symmetry of narrative and situations that makes him return, as in certain boulevard comedies, with chronometric precision to the same rooms, with the same behaviors. To this kind of scheme LEGAMI adheres with a naturalness that seems to me far less happy than in the previous DONNE SULL'ORLO DI UNA CRISI DI NERVI.ALREADY the subject is not of those that shock audiences by now astute: the victim falling in love with the perpetrator, without thinking of Cavani's aberrations, is something to which the chronicle-without bothering the cinema-has long accustomed us. But the director's whole stylistic intervention seems a bit rose-water: even if inscribed -- in the name of the above -- in a script with clear logic. More courageous, if anything, are certain almost pathological turns of our film's themes: such as the ending - which everyone is free to interpret as the height of misogyny or the opposite if they like - with our macho man with an easy kidnapping who finds himself with his mother-in-law, sister-in-law and various accessories.With a few goodies as prizes (first and foremost a prolonged Banderas-Abril copulation, here too to be debated whether in a feminist key ...) LEGAMI confirms Almodovar's craft and malice: to his next work ( in a few weeks at Cannes ) the task of reassuring us that the former has not now taken over the latter.

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