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VOLVER
(VOLVER)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 22 maggio 2006
 
di Pedro Almodovar, con Penelope Cruz, Carmen Maura, Lola Duenas, Blanca Portillo, Yohana Cobo (Spagna, 2006)
 

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Come potrebbe essere altrimenti? Con un titolo cosi, VOLVER è una storia di ritorni. Ritorno di Pedro Almodovar alla sua Mancha, nella quale vento e fantasmi fanno perdere (o ritrovare?) la ragione. Ritorno alla figura materna, che ha segnato non soltanto la sua, di esistenza, ma quella di molti fra i suoi capolavori. Ritorno alla grande di Penelope Cruz che Pedro aveva perso di vista dai tempi, guarda caso, di TUTTO SU MIA MADRE. Ritorno alla mitica Carmen Maura dei suoi primi tempi di slanci e furori; con la quale aveva litigato dopo DONNE SULL'ORLO DI UNA CRISI DI NERVI. E tutto per raccontare un storia, insolita, folle quanto formidabilmente equilibrata e carica di significati di intrecci temporali: nella quale i morti ed i vivi, il tempo passato e quello presente e naturalmente il fantastico ed il reale sono costretti a coesistere. A ritornare, rieccoci: per insegnare a vivere, che è poi come dire per imparare a morire.

Non amo raccontare le trame: anche perché si tende a dar loro troppa importanza, perché al cinema non sono quelle a contare. Ma a contare è come sono dette, organizzate, significate. Diciamo che questa è quella di una donna che si pensava morta, e che invece è viva; e s'incrocia con l'altra, di un uomo creduto vivo e che al contrario è morto. Tanto da far pensare addirittura alle scadenze memorabili di un Hitchcock: mentre Almodovar confessa di essersi ispirato al Michael Curtiz di IL ROMANZO DI MILDRED PIERCE, per il lato “giallo” del suo film. Oltre che alla Magnani del BELLISSIMA di Luchino Visconti, citata direttamente: per l'energia straordinaria di quelle tre donne, di quelle tre generazioni sulle quali si costruisce, si diverte e si commuove il film. E, si potrebbe aggiungere, ad ARSENICO E VECCHI MERLETTI: per le burle semiserie fra cadaveri ingombranti e fantasmi in carne ossa.

Tutto questo farebbe pensare ad un film mosaico aperto a tante fonti di ispirazione. Al contrario, ed è uno dei suoi miracoli, VOLVER è soprattutto un film costruito su una sceneggiatura che della propria folle disinvoltura trae una concretezza, una finalità esistenziale meravigliosa: tutto ancora più stupefacente tenendo conto dei suoi continui ribaltamenti fra ragione soprannaturale, dramma e commedia, inquietudine e umorismo. Sempre meno appariscente in quella regia che ricordavamo genialmente stravolta, sempre più padrone nella enunciazione delle idee che vuol trasmettere, il regista spagnolo conferma la svolta già accennata dai tempi di TUTTO SU MIA MADRE e PARLA CON LEI: una sorta di accantonamento della provocazione e dello stile sopra le righe a favore di una riflessione sempre più universale, matura ed equilibrata.

La regia di tutte le libertà, il pennello clamoroso degli eccessi al servizio di una meditazione, sempre provocatoria ma sempre più accorata. VOLVER potrebbe anche sconcertare chi adorava le prime; ma consolerà infinitamente chi sperava nella seconda. Anche perché quelli che possiamo ormai definire i due aspetti dell'anima di Almodovar non solo convivono, ma si esaltano a vicenda. L'irrazionale, il fantastico e magari anche soltanto lo scaramantico finiscono per esprimersi nella vitalità concreta di quei fantasmi: cosi quotidiani, vivi o morti che siano. Nella follia cosi ragionevole, siamo pur sempre nel barocco caro da sempre alla Spagna, espresso da quella che l'autore definisce naturalismo surreale. Paradosso, certo, tutto almodovariano. Che il regista evidenzia, come in ogni grande film, dalle primissime immagini: l'indimenticabile, spensierata panoramica delle sue donne che nella trascendenza sconvolgente del vento chiacchierano, e cantano, e spolverano: le tombe dei loro defunti, ancorati cosi alla vita. Da quell'universo consolatore di donne; che di madre in figlia, di figlia in nipote, di amica in vicina riesce in tutta, quasi prosaica semplicità, se non proprio ad annullare la morte, a restituire la vita.

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How could it be otherwise? With a title like that, VOLVER is a story of returns. Pedro Almodovar's return to his Mancha, where wind and ghosts make you lose (or find again?) your reason. Return to the mother figure, who has marked not only his, of existence, but that of many of his masterpieces. Return to the great Penelope Cruz whom Pedro had lost sight of since, as it happens, ALL ABOUT MY MOTHER. A return to the legendary Carmen Maura of his early days of leaps and bounds; with whom he had quarrelled after WOMEN ON THE ROLL OF A NERVE CRISIS. And all to tell a story, as unusual, as maddening as it is formidably balanced and charged with the meaning of temporal entanglements: in which the dead and the living, past and present time, and of course the fantastic and the real are forced to coexist. To return, here we go again: to teach how to live, which is the same as saying to learn how to die.

I don't like telling plots: not least because there is a tendency to give them too much importance, because in cinema it is not the plots that count. What counts is how they are told, organised, signified. Let's say this one is about a woman thought to be dead, and who instead is alive; and it intersects with the other, about a man thought to be alive and who on the contrary is dead. So much so that it even makes one think of the memorable deadlines of a Hitchcock: while Almodovar confesses to having been inspired by Michael Curtiz of THE ROMANCE OF MILDRED PIERCE, for the giallo side of his film. As well as the Magnani of Luchino Visconti's BELLISSIMA, directly quoted: for the extraordinary energy of those three women, those three generations on which the film is built, amused and moved. And, one might add, to ARSENIC AND OLD LACE for the semi-serious jokes between bulky corpses and ghosts in the flesh.

All this would suggest a mosaic film open to many sources of inspiration. On the contrary, and this is one of its miracles, VOLVER is above all a film built on a screenplay that draws a concreteness, a marvellous existential purpose from its own insane nonchalance: all the more astonishing in view of its continuous reversals between supernatural reason, drama and comedy, disquiet and humour. Less and less conspicuous in that directing style that we used to remember as being genially twisted, more and more masterful in the enunciation of the ideas he wants to convey, the Spanish director confirms the turning point already hinted at since ALL ABOUT MY MOTHER and TALK TO HER: a sort of setting aside of provocation and over-the-top style in favour of an increasingly universal, mature and balanced reflection.

The director of all freedoms, the clamorous brush of excesses at the service of a meditation, always provocative but increasingly heartfelt. VOLVER may disconcert those who adored the former; but it will infinitely console those who hoped for the latter. Not least because what we can now call the two aspects of Almodovar's soul not only coexist, but exalt each other. The irrational, the fantastic and perhaps even just the superstitious end up expressing themselves in the concrete vitality of those ghosts: so everyday, dead or alive. In such reasonable madness, we are still in the baroque beloved of Spain, expressed by what the author calls surreal naturalism. Paradox, of course, all Almodovarian. Which the director highlights, as in every great film, from the very first images: the unforgettable, carefree panorama of his women who, in the shattering transcendence of the wind, chat, and sing, and dust: the tombs of their dead, thus anchored to life. From that consoling universe of women; that from mother to daughter, from daughter to granddaughter, from friend to neighbour manages in all, almost prosaic simplicity, if not actually to annul death, to restore life.

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