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UNA SETTIMANA IN VACANZA
(UNE SEMAINE DE VACANCES)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 22 gennaio 1981
 
di Bertrand Tavernier, con Nathalie Baye, Gérard Lanvin, Michel Galabru (Francia, 1980)

Ottenibile in DVD/Blu-ray o tramite VOD/streaming ecc.

 

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LA SCOMPARSA DI BERTRAND TAVERNIER: COSI SCRIVEVAMO DI LUI ALL'INIZIO ANNI OTTANTA

Intelligente, sensibile, colto, riservato e rispettoso delle opinioni altrui sono degli attributi che non sempre si riconoscono ai cineasti francesi contemporanei. Concedendoli a Bertrand Tavernier, ex critico e assistente di Melville, si spiega anche la simpatia con la quale la sua opera è stata seguita, sin dal 1974, l'anno di L'HORLOGER DE ST.PAUL. Il tutto, in quell'attesa del nuovo profeta del cinema francese che i figli di Resnais, Godard o Truffaut invocano con malcelata impazienza. Qualcuno ha detto giustamente che Tavernier (del quale ci siamo occupati a fondo alcune settimane or sono, a proposito del suo penultimo film, LA MORT EN DIRECT) è il regista delle sottolineature in rosso. Osservando i suoi film, sempre corretti, non privi di interesse, adeguati formalmente e centrati ideologicamente, si direbbe che Tavernier non si fidi del suo pubblico. Perché ogni aspetto delle sue opere, la scelta di un tipo di fotografia, la psicologia di un personaggio, il carattere di una ambientazione, l'evoluzione di un soggetto hanno un carattere in comune: sono insistiti, gridati, evidenziati, con una applicazione che sfida la pedanteria. Si direbbe insomma che l'autore si impegni soprattutto a ben ficcare nella testa di chi sta a sentirlo le quattro cose che vuol dire o che vuol fare. Con scarsa fiducia nella facoltà di comprensione del prossimo.

LA MORT EN DIRECT, il suo film (troppo) celebre, rappresentava il culmine di quella tendenza: a furia di voler ridire le cose, Tavernier si ritrovava con una storia da sviluppare a tre o quattro livelli, sia formali che aneddotici. Una di quelle bocce di cristallo da scrivere e interpretare in più modi, che avrebbero richiesto la lucidità di un Resnais o di un Altman (quello di IMAGES) piuttosto che l'entusiasmo un po' naïf di un sentimentale.

Perché Tavernier, ora che è tornato con questo UNE SEMAINE DE VACANCES (storia di una maestra di scuola che va in crisi ed è costretta a farsi il tradizionale bilancio professionale, affettivo, esistenziale) alle atmosfere che più gli sono congeniali, quelle dei primi suoi film, è in definitiva un sentimentale.Non c'è nulla di male, intendiamoci, in tutto ciò. Se il film ricorda o, meglio, Tavernier non fa nulla per nasconderci la sua simpatia per Renoir, Becker, Prévert o Carné, c'è una ragione ben precisa. E così, se mette sulle labbra di un suo personaggio addirittura la replica: "se avessi potuto scegliermi un padre, avrei scelto Gabin". Aiutato dalla brava Nathalie Baye (vista, in poco tempo in tre film validi come SAUVE QUI PEUT di Godard, LA PROVINCIALE di Gorett, e questo) Tavernier raggiunge almeno due risultati: dei dialoghi estremamente "naturali", e una ambientazione (la Lione delle stradine con la nebbia, il Beaujolais, le facciate sul Rodano ed i soufflé) che rende autentica la sua storia.

Dicendo che si tratta di un film simpatico, ne sottolineanm i limiti ed i pericoli. Quello di un naturalismo un po' facile e scontato, e quello dell'insistenza nei toni che seppure in misura minore rispetto ai film precedenti, continua ad occhieggiare dietro l'angolo.Ma c'è un'altra costante del cinema di Tavernier che lo rende più nobile e che potrebbe, una volta sfrondati quei difetti di cui sopra inserirlo nell'orbita dei grandi nomi citati: la presenza del sentimento della morte. Vecchi, ma anche bambini, protagonisti ma anche figure comprimarie (spesso scelte con sensibilità) sono tutti marcati da questa presenza. Nei suoi momenti migliori il cinema di Tavernier si interroga costantemente sulla lunga rincorsa che ci avvicina alla fine. Non per nulla la prima immagine di LA MORT EN DIRECT era una bambina che giocava in un cimitero della periferia di Glasgow: i suoi personaggi sembrano voltarsi ad esaminare, passo dopo passo, il cammino percorso. Il modo con il quale hanno consumato un frammento forse infinitesimale, ma quanto prezioso, di vita.

(Data della recensione: 22 gennaio 1981)

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THE PASSING OF BERTRAND TAVERNIER: HOW WE WROTE ABOUT HIM IN THE EARLY EIGHTIES

Intelligent, sensitive, cultured, reserved and respectful of the opinions of others are attributes not always accorded to contemporary French filmmakers. Giving them to Bertrand Tavernier, Melville's former critic and assistant, also explains the sympathy with which his work has been followed since 1974, the year of L'HORLOGER DE ST.PAUL. All this while waiting for the new prophet of French cinema that the sons of Resnais, Godard or Truffaut invoke with ill-concealed impatience. Someone has rightly said that Tavernier (whom we discussed in depth a few weeks ago in relation to his penultimate film, LA MORT EN DIRECT) is the director of red underlining. Looking at his films, always correct, not lacking in interest, formally adequate and ideologically centred, one would say that Tavernier does not trust his audience. Because every aspect of his works, the choice of a type of photography, the psychology of a character, the character of a setting, the evolution of a subject have one thing in common: they are insisted upon, shouted out, highlighted, with an application that defies pedantry. In short, it would seem that the author's main concern is to get the four things he wants to say or do into the heads of those listening. With little faith in the faculty of comprehension of others.

LA MORT EN DIRECT, his (too) famous film, was the culmination of that tendency: by dint of wanting to say things again, Tavernier found himself with a story to be developed on three or four levels, both formal and anecdotal. One of those crystal balls to be written and interpreted in several ways, which would have required the lucidity of a Resnais or an Altman (the one in IMAGES) rather than the somewhat naïve enthusiasm of a sentimentalist.

Because Tavernier, now that he has returned with this UNE SEMAINE DE VACANCES (the story of a schoolteacher who goes through a crisis and is forced to take the traditional professional, emotional and existential stocktaking) to the atmospheres that are most congenial to him, those of his early films, is ultimately a sentimentalist. There is nothing wrong with this, mind you. If the film reminds us, or rather Tavernier does nothing to hide his sympathy for Renoir, Becker, Prévert or Carné, there is a very specific reason. And so, if he even puts on the lips of one of his characters the reply: "if I could have chosen a father, I would have chosen Gabin". Aided by the talented Nathalie Baye (seen in a short time in three good films such as Godard's SAUVE QUI PEUT, Gorett's LA PROVINCIALE, and this one) Tavernier achieves at least two things: extremely "natural" dialogues, and a setting (the Lyon of the foggy streets, the Beaujolais, the facades on the Rhone and the soufflés) that makes his story authentic.

By saying that it is a likeable film, we underline its limitations and dangers. But there is another constant in Tavernier's cinema that makes it nobler and that could, once the aforementioned flaws have been ironed out, put it in the orbit of the great names mentioned above: the presence of the feeling of death. Old people, but also children, protagonists but also supporting figures (often chosen with sensitivity) are all marked by this presence. In its best moments, Tavernier's cinema constantly questions the long run-up to the end. It is not for nothing that the first image of LA MORT EN DIRECT was a little girl playing in a cemetery on the outskirts of Glasgow: his characters seem to turn to examine, step by step, the path they have travelled. The way in which they have consumed a fragment, perhaps infinitesimal but precious, of life.

(Date of review: 22 January 1981)

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