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IL FIORE DEL MIO SEGRETO
(LA FLOR DE MI SECRETO)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 4 maggio 1996
 
di Pedro Almodovar, con Marisa Paredes, Juan Echanove, Rossy de Palma (Spagna, 1995)
 

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Conoscevamo l'Almodovar sull'orlo delle crisi di nervi, quello della provocazione ad ogni costo, delle grida eccessive a somiglianza dei suoi colori sgargianti, le sue suppellettili di plastica, i monili dei travestiti, la critica feroce ma pure utilitaristicamente compiaciuta della civiltà dai consumi sgangherati. Ma ignoravamo questo: ancora in rosso scarlatto, in blu pervinca come le acconciature della sempre magnifica Marisa Peredes: ma ora pure in rosa, come i romanzi che sforna a ripetizione la protagonista del suo ultimo film. Con un successo che è inversamente proporzionale alle sue disgrazie personali: un bel marito in uniforme che fugge in Bosnia pur di evitare le sue scenate. O una sorella svitata come quelle che conoscevamo, ed una madre che non esita a paragonare poco pietosamente la figlia in piena depressione ad una mucca privata di campanaccio.

In questo film sorprendente ed imperfetto (certe scene- come quella della protagonista che non riesce a sfilarsi gli stivali - sono troppo lunghe; altre, come il ritorno alla campagna ed ai sentimenti dell'infanzia, semplicisticamente consolatorie) sembrano convivere due anime del regista spagnolo. Quella delle esagerazioni espressive: che ci gratificano però dei momenti salutari di umorismo, delle fughe ritenute postmoderne o perlomeno design che gli sono particolari. E quella che si affaccia all'orizzonte: sempre vicina al kitsch della telenovela, ma come più trattenuta e commossa. Sempre illuminata da splendori espressivi (i fulgori del flamenco che passano ormai attraverso il Miles Davis del mitico Solea con Gil Evans; le panoramiche stranianti sulla Madrid della pubblicità, le deflagrazioni improvvise delle musiche ridondanti, i dettagli urbani più insoliti o una campagna filmata con un lirismo che non ci aspettavamo), ma con dei riferimenti alla tradizione del melodramma alla Douglas Sirk che si fanno sempre più pertinenti.

Cosi, questo ritratto di una donna (e di un uomo che tenta di amarla) di mezz'età, risulta semplicemente commosso, lucidamente vero: immerso, anche nei momenti più irresistibilmente provocatori (la proposta sessuale del figlio della domestica; poderoso neo-Banderas al quale la protagonista si rifiuta con comprensibile fatica) in un desiderio inedito e toccante di essere vicino ai propri personaggi.

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We knew the Almodovar on the verge of a nervous breakdown, the one of provocation at any cost, of excessive shouting in the likeness of his garish colors, his plastic furnishings, the jewelry of transvestites, the fierce but also utilitarianly smug critique of ramshackle consumer civilization. But we ignored this: still in scarlet red, in periwinkle blue like the hairstyles of the always magnificent Marisa Peredes: but now also in pink, like the novels that she churns out in repetition the protagonist of her latest film. With a success that is inversely proportional to her personal misfortunes: a handsome husband in uniform who flees to Bosnia to avoid her tantrums. Or a nutty sister like the ones we used to know, and a mother who does not hesitate to compare her daughter in the midst of depression unmercifully to a cow deprived of a cowbell.

Two souls of the Spanish director seem to coexist in this surprising and imperfect film (certain scenes-like that of the protagonist who cannot get her boots off-are too long; others, like the return to the countryside and the feelings of childhood, simplistically consolatory). That of expressive exaggerations: which nonetheless gratify us with the salutary moments of humor, the escapes deemed postmodern or at least design that are particular to him. And the one on the horizon: always close to the kitsch of the telenovela, but as more restrained and moved. Always illuminated by expressive splendors (the flamenco splendors that now pass through the Miles Davis of the legendary Solea with Gil Evans; the alienating panoramas on the Madrid of advertising, the sudden deflagrations of redundant music, the most unusual urban details or a campaign filmed with a lyricism we did not expect), but with references to the tradition of Douglas Sirk-style melodrama that become more and more pertinent.

Thus, this portrait of a middle-aged woman (and a man trying to love her) turns out to be simply moved, lucidly true: immersed, even in the most irresistibly provocative moments (the sexual proposal of the maid's son; mighty neo-Banderas to whom the protagonist understandably refuses) in an unprecedented and touching desire to be close to its characters.

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