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IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI
(THE SILENCE OF THE LAMBS)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 2 maggio 1991
 
di Jonathan Demme, con Jodie Foster, Anthony Hopkins, Charles Napier, Roger Corman (Stati Uniti, 1991)

Ottenibile in DVD/Blu-ray

 

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Un celebre psichiatra imprigionato a vita per essersi lasciato andare ad assassinare e...divorare alcuni suoi pazienti, un altro psicopatico che scuoia le proprie vittime per vestire la propria transessualità, una giovane recluta dell'FBI incaricata di "sedurre" lo psichiatra ergastolano per riuscire a catturare l'inafferrabile scuoiatore... Al suo primo psico-thriller, dopo diverse commedie più o meno nere (SOMETHING WILD, che rivelò Melanie Griffith) Jonatham Demme non lesina sugli ingredienti.

Ma il suo film è tutto fuorché una sbrodolata d'orrore ed emoglobina: si afferma, al contrario, come un esempio perfetto di compostezza stilistica, quasi un Hitchcock aggiornato da un Cronenberg o da un Lynch, nel quale la tensione, l'inquietudine non si lascia mai tentare dalla violenza. Quasi percorso, piuttosto, da una sorta di tenerezza (quell'inquadratura folgorante del dito del mostro fra le sbarre che riesce, per un istante, ad accarezzare la mano di Jodie Foster), da un pudore che se non fosse per il soggetto si vorrebbe definire a fior di pelle.

Come il suo celebre antenato dottor Mabuse, Hannibal Lecter organizza il film attorno alla sua magnetica presenza (anche grazie alla straordinaria interpretazione di Anthony Hopkins): onnipotente e soprattutto onnisciente, egli raffigura il Male totale. Ma un male con la sua dovuta parte di seduzione, se è vero che il diabolico psichiatra può permettersi di essere non solo spiritoso, ma anche generoso: è pur sempre grazie alle sue enigmatiche indicazioni, che l'altro matto in circolazione finirà nel sacco.

Il grande merito di Demme è di non aver voluto voluto sfuggire al realismo, nelle scene d'azione. Ma, nel contempo, di non essersi eccessivamente preoccupato di spiegare una vicenda nella quale non c'era granché da spiegare: incollandosi ai personaggi, piuttosto che alla logica del racconto, fa accedere così il suo film alla dimensione poetica del fantastico (Lecter con la museruola nell'aeroporto circondato da un numero assurdo di agenti; la scenografia praticamente medioevale della cella del mostro).

Bastano le prime, splendide sequenze dei colloqui tra il "mostro" in cella e la giovane allieva dell'FBI, separati da una lastra di vetro alla quale non è nemmeno permesso avvicinarsi tale è la pericolosità del contatto, ai primi sguardi che i due si scambiano e che la cinepresa di Demme coglie nella loro ambigua ma quasi accorata mobilità, per comprendere come IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI abbia ormai abbandonato la dimensione del banale film di terrore. Per farsi divagazione poetica sui rapporti fra sguardo e desiderio: quando uno schermo (una separazione, ma anche un mezzo di comunicazione...) viene a dividerli.

Vedere, o non vedere: fino alle sequenze finali, con l'assassino che - grazie ad un binocolo all'infrarosso - può vedere la vittima mentre questa brancola nel buio, fino al magnifico piano che precede i titoli di coda, con Lecter che si allontana indisturbato (l'eterna sopravvivenza del male?) fra la folla ed i palmizi di una misteriosa contrada tropicale, è in questo gioco prezioso tra sguardo e seduzione che evolvono i personaggi . Deliziosamente sfumati, terribilmente contraddittori, commoventemente fragili: mostri veri o presunti, e una sensibilissima Jodie Foster che nemmeno lo sguardo corrosivo del regista riesce a perturbare.

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A famous psychiatrist imprisoned for life for indulging in murdering and...devouring some of his patients, another psychopath who skins his victims to dress up his own transsexuality, a young FBI recruit assigned to "seduce" the lifer psychiatrist in order to succeed in capturing the elusive skinner... In his first psycho-thriller, after several more or less black comedies (SOMETHING WILD, which revealed Melanie Griffith) Jonatham Demme does not skimp on ingredients.

But his film is anything but a barrage of horror and hemoglobin: it asserts itself, on the contrary, as a perfect example of stylistic composure, almost a Hitchcock updated by a Cronenberg or a Lynch, in which the tension, the disquiet is never tempted by violence. Almost traversed, rather, by a kind of tenderness (that dazzling shot of the monster's finger between the bars that manages, for an instant, to caress Jodie Foster's hand), by a modesty that were it not for the subject matter one would want to call flush with skin.

Like his celebrated ancestor Dr. Mabuse, Hannibal Lecter organizes the film around his magnetic presence (thanks in part to Anthony Hopkins' extraordinary performance): omnipotent and above all omniscient, he portrays total Evil. But an evil with its due share of seduction, if it is true that the diabolical psychiatrist can afford to be not only witty, but also generous: it is still thanks to his enigmatic indications that the other madman around will end up in the sack.

Demme's great merit is that he did not want to shy away from realism, in the action scenes. But, at the same time, of not having been overly concerned with explaining a story in which there was not much to explain: gluing himself to the characters, rather than to the logic of the tale, he thus makes his film access the poetic dimension of the fantastic (Lecter muzzled in the airport surrounded by an absurd number of agents; the practically medieval setting of the monster's cell).

It only takes the first, splendid sequences of the interviews between the "monster" in the cell and the young FBI student, separated by a pane of glass to which they are not even allowed to approach such is the dangerousness of the contact, to the first glances that the two exchange and which Demme's camera captures in their ambiguous but almost heartfelt mobility, to understand how THE SILENCE OF THE LAMBS has now abandoned the dimension of the banal terror film. To become a poetic digression on the relations between gaze and desire: when a screen (a separation, but also a means of communication...) comes to divide them.

To see, or not to see: up to the final sequences, with the killer who - thanks to infrared binoculars - can see the victim while the latter gropes in the dark, up to the magnificent plan that precedes the credits, with Lecter walking away undisturbed (the eternal survival of evil?) among the crowds and the palm trees of a mysterious tropical district, it is in this precious play between gaze and seduction that the characters evolve . Delightfully nuanced, terribly contradictory, movingly fragile: real or supposed monsters, and a very sensitive Jodie Foster whom not even the director's corrosive gaze can disrupt.

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