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PARLA CON LEI
(HABLA CON ELLA)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 18 aprile 2002
 
di Pedro Almodovar, con Javier Camara, Dario Grandinetti, Leonor Watling, Rosario Flores, Mariola Fuentes, Géraldine Chaplin (Spagna, 2002)
 

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TUTTO SU MIA MADRE e, prima ancora, CARNE TREMULA ci avevano già detto che Pedro Almodovar non era più quello di prima. Non più (non più soltanto…) il provocatore impertinente della movida madrilena, il cineasta genialoide di film come DONNE SULL'ORLO DI UNA CRISI DI NERVI, costruiti sull'eccesso, sull'orgia dell'oggettistica kitsch, delle tinte sature, espanse e lancinanti, sulle suppellettili di plastica ed i monili per travestiti; e su dei personaggi dalla natura e dal comportamento ambiguo, decadente, marginale. Campione riconosciuto, con un sospetto di diffidenza, di una trasgressione "morale", che già nasceva da una personalissima ed esaltante trasgressione estetica; ma non ancora da un cinema capace di scavare nell'intimità delle psicologie, nel profondo significato delle progressioni drammatiche. Dopo la felicità espressiva di PARLA CON LEI, la facilità, la naturalezza di una costruzione intelligentemente complessa, ma egualmente semplice, l'incanto dell'arte trainante del favoleggiare, quello di fondere il fotogramma cinematografico alla specificità di altre espressioni artistiche, la coniugazione di temi ed implicazioni che finiscono per coinvolgere il più disparato genere di spettatori, diventa difficile non riconoscere al regista spagnolo quello statuto di universalità che è di pochi.

Come indica l'invito del suo titolo, PARLA CON LEI è un film sulla parola. E sulla possibilità della parola non soltanto di trasmettere l'amore, ma di infondere la vita. Autore di straordinari ritratti femminili, Almodovar racconta questa volta l'amicizia di due uomini. Riuniti casualmente in una platea, mentre assistono commossi ad un balletto; oltre che dal fatto di essere ambedue legati a due donne che amano, e che giacciono in coma irreversibile. Con una differenza, però: Benigno, l'infermiere che si occupa della giovane danzatrice Alicia è in grado, da mesi di parlarle; oltre che di lavarne, massaggiarne, accarezzarne il corpo, splendido ed inerte. Marco, malgrado sia generoso uomo di lettere, non riesce, o non vuole farlo: e la sua torera Lydia, oltre che all'autopunizione sofferta nella corrida (una delle tante sequenze di folgorante intuizione estetica) finirà per soccombere a questa impossibilità di comunicare. O, se preferite, di accedere al soprannaturale.

Un balletto, una canzone, una corrida, una sequenza muta: in un film sulla parola, PARLA CON LEI è pure un film sullo spettacolo. Sullo spettacolo privato della parola. E sul potere vivificatore, sull'evasione nel sogno e nella magia che, pur in assenza di parola, lo spettacolo è in grado di produrre. Si tratti di un balletto di Pina Bausch o di una canzone interpretata da Caetano Veloso, del rituale conosciuto, ma filmato come fosse la prima volta di una corrida, o l'inserimento di un filmetto apparentemente parodistico che assume invece il significato di uno straordinario omaggio all'eterno femminile, questi scampoli di spettacolo non sono mai semplici e gratuiti siparietti all'interno del film. Ma incrostazioni espressive, che concorrono ad infondere la vita: anche se talora paiono quasi gingillarsi con la morte. Sono loro ad imprimere al film la sua squisita lentezza contemplativa, la sua sensualità barocca, l'ironica follia di un enigma che si costruisce davanti ai nostri occhi in una inarrestabile progressione.

Infatti, PARLA CON LEI è pure un film sul tempo. Che Almodovar ha manipolato, ricostruito, proiettato in avanti ed all'indietro: ad analizzare l'eternità dei sentimenti, ricorrenze forse soltanto casuali. Grazie ad una perizia che ricorda quella di un altro maestro della dimensione fuggevole, Alain Resnais, la cronologia del film non è allora più temporale, ma psicologica. Il filo conduttore, l'elemento drammatico trainante non è più una storia, che potrebbe anche essere banalmente melodrammatica: ma la progressiva conoscenza dei personaggi. La partecipazione, anche alle loro contraddizioni.

Come in Luis Bunuel, che sembra progressivamente sostituirsi nelle fonti di ispirazione almodovariane alle citazioni degli schemi di un Sirk o di un Fassbinder, l'humour dissacrante è sempre presente, per scaricare il rischio del sentimentalismo. Come in VIRIDIANA o TRISTANA ( ma pure in VERTIGO), non è tanto il tema della necrofilia ad imporsi: quanto la duplicità e la straordinaria sensualità di uno sguardo che sembra nutrirsi del ritegno di una regia perfettamente padrona dell'arte dell'allusione.

Oh certo, Benigno che, come dice, di donne ha conosciuto soltanto sua madre ed una ragazza in coma da otto anni, finisce per materializzare i fatti di cronaca che hanno ispirato il racconto: stupri d'infermieri, donne in coma che si risvegliano dopo anni ed eventualmente incinte. Ma il poeta è capace di trascendere il sordido: ed ecco che Almodovar evita lo scoglio mostrandoci il sogno che Benigno racconta ad Alicia. Inventando la sequenza muta che pasticcia un celebre film di Jack Arnold: l'uomo che rimpicciolisce, fino ad arrampicarsi sui seni enormi dell'essere amato, a penetrarne il sesso, a risvegliarne il desiderio, a sondarne le origini del mistero della vita.

Ed è proprio per questa sua capacità di trasformare lo squallore del quotidiano in un'emozione universale che il cinema della maturità espressiva di Pedro Almodovar è ormai uno dei più amati al mondo.

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ALL ABOUT MY MOTHER and, before that, CARNE TREMULA had already told us that Pedro Almodovar was no longer what he used to be. No longer (not just ) the sassy provocateur of Madrid's movida, the genialoid filmmaker of such films as WOMEN ON THE ROLL OF A NERVE CRISIS, built on excess, on the orgy of kitsch objects, of saturated, expanded and lancinating hues, on plastic furnishings and transvestite jewelry; and on characters of ambiguous, decadent, marginal nature and behavior. Acknowledged champion, with a suspicion of distrust, of a "moral" transgression, which was already born from a very personal and exhilarating aesthetic transgression; but not yet from a cinema capable of digging into the intimacy of psychologies, into the deep meaning of dramatic progressions. After the expressive felicity of SPEAKING WITH HER, the ease, the naturalness of an intelligently complex but equally simple construction, the enchantment of the driving art of fable-making, that of fusing the cinematic frame to the specificity of other artistic expressions, the conjugation of themes and implications that end up involving the most disparate kind of viewers, it becomes difficult not to recognize to the Spanish director that status of universality that belongs to few.

As the invitation of its title indicates, TALK TO HER is a film about speech. And about the possibility of words not only to convey love, but to infuse life. Author of extraordinary female portraits, Almodovar tells this time about the friendship of two men. Casually brought together in an audience, as they watch moved by a ballet; as well as by the fact that they are both connected to two women they love, and who lie in an irreversible coma. With one difference, however: Benigno, the nurse caring for the young dancer Alicia has been able, for months now, to speak to her; as well as to wash, massage, and caress her gorgeous, inert body. Marco, despite being a generous man of letters, is unable or unwilling to do so: and his bullfighter Lydia, in addition to the self-punishment suffered in the bullfight (one of many sequences of dazzling aesthetic insight) will eventually succumb to this inability to communicate. Or, if you prefer, to access the supernatural.

A ballet, a song, a bullfight, a silent sequence: in a film about speech, TALK TO HER is also a film about spectacle. About the private spectacle of the word. And about the life-giving power, the escape into dream and magic that, even in the absence of speech, the spectacle is able to produce. Whether it is a ballet by Pina Bausch or a song performed by Caetano Veloso, the ritual known but filmed as if it were the first time of a bullfight, or the inclusion of a seemingly parodistic little film that takes on instead the meaning of an extraordinary homage to the eternal feminine, these scraps of spectacle are never mere gratuitous siparietti within the film. But expressive encrustations, which help to infuse life: even if at times they seem almost to be grousing with death. It is they who impart to the film its exquisite contemplative slowness, its baroque sensuality, the ironic madness of an enigma that builds before our eyes in an unstoppable progression.

Indeed, TALK TO HER is also a film about time. Which Almodovar has manipulated, reconstructed, projected forward and backward: to analyze the eternity of feelings, recurrences that are perhaps only random. Thanks to an expertise reminiscent of that of another master of the fleeting dimension, Alain Resnais, the film's chronology is then no longer temporal, but psychological. The common thread, the driving dramatic element, is no longer a story, which could also be trivially melodramatic: but the progressive knowledge of the characters. Participation, even in their contradictions.

As in Luis Bunuel, who seems progressively to replace in the Almodovarian sources of inspiration the quotations of the schemes of a Sirk or a Fassbinder, the irreverent humor is always present, to discharge the risk of sentimentality. As in VIRIDIANA or TRISTANA ( but also in VERTIGO), it is not so much the theme of necrophilia that imposes itself: as the duplicity and extraordinary sensuality of a look that seems to feed on the restraint of a direction perfectly mastered in the art of allusion.

Oh sure, Benigno, who, as he says, of women has known only his mother and a girl in a coma for eight years, ends up materializing the news events that inspired the tale: nurses' rapes, comatose women who wake up after years and eventually pregnant. But the poet is capable of transcending the sordid: and here Almodovar avoids the stumbling block by showing us the dream Benigno tells Alicia. By inventing the silent sequence that bungles a famous Jack Arnold film: the man shrinking, until he climbs over the huge breasts of the beloved being, penetrating her sex, awakening her desire, probing the origins of the mystery of life.

And it is precisely because of this ability to transform the squalor of the everyday into a universal emotion that the cinema of Pedro Almodovar's expressive maturity is now one of the most beloved in the world.

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