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FUORI MIRA Film con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggio
  Stampa questa scheda Data della recensione: 3 novembre 2014
 
di Erik Bernasconi, con Jean-Christophe Folly; Martina De Santis; Alessio Boni; Roberto Citran, Pia Engleberth (Svizzera, 2014)
 
Quattro anni fa Erik Bernasconi aveva provocato una scossa nel piccolo mondo cinematografico della Svizzera Italiana. SINESTESIA, il suo primo lungometraggio, nasceva da un'idea di sceneggiatura insolitamente ambiziosa, una stesura ammirevolmente complessa, non certo facile da condurre a termine (anche se poi, giudiziosamente diluita nell'edizione definitiva); e non fosse che per questo, foriera di stimoli per gli autori come di curiosità per gli spettatori. Forse perché ogni cineasta sa quanto il secondo film rappresenti notoriamente l'ostacolo più arduo da affrontare, FUORI MIRA appare ora come qualcosa di altrettanto importante nelle finalità; ma semplificato negli itinerari per raggiungerle. Il che non è necessariamente un male.

Ambedue film corali, SINESTESIA si muoveva da un tema assolutamente normale: l'adulterio, la prospettiva della separazione, l'amicizia. Era la struttura sulla quale si costruiva a farne lievitare l'originalità: quattro destini paralleli, quattro episodi che si coniugavano nell'arco temporale, concentrici verso un medesimo destino, ma ognuno con una propria ambientazione, un tono drammaturgico autonomo. Al contrario, in FUORI MIRA l'effetto "palla di neve", come lo definisce il regista, provocato in un quartiere periferico multietnico dall'immigrazione, dall'apparentemente riuscita integrazione presto seguita però dalla destabilizzazione, da una di quelle strumentalizzazioni che ben conosciamo, e infine dal ricorso alla violenza costituisce un tema forte: legato come pochi altri nelle sue ripercussioni sociali, morali, politiche all'epoca che attraversiamo.

Tre colpi di pistola, un tassista benvoluto giunto da tempo dal Togo che viene colpito di striscio, il dilagare disordinato alla ricerca del colpevole, il puntuale rimandiamoli tutti a casa questi diversi, perturbatori di una comunità esemplare nella convivenza e nel mantenimento rassicurante del benessere. Dal privato al pubblico, dalle disgregazioni dell'intimo a quelle della società, dalle scadenze dettate dal tempo e dal caso a quelle concrete e presenti della riflessione etica e dell'urgenza civica. Che si sviluppino in un largo respiro temporale o nell'imposizione dell'unità di tempo sulle 24 ore di un thriller tragicomico, le sceneggiature di Erik Bernasconi non nascono nella facilità e non riescono nella perfezione: ma a smussarle interviene la verità e la scioltezza dei dialoghi, la generosità e la naturalezza di uno sguardo che evita pedanterie e il sospetto di premeditazione.

Complice la fotografia sempre più matura di Pietro Zürcher o il commento musicale freschissimo di Zeno Gabaglio e di Christian Gilardi è il tono instaurato dal regista, la facilità istintiva delle sue intuizioni registiche a facilitare l'incontro con gli attori (osservate la freschezza con la quale avvicina ai ragazzini), da Jean Christoph Folly a Roberto Citran, a un Lino Capolicchio sovrano. Non tutto quadra (la coppia dei testimoni di Geova, il finale un po' sbrigativo) e forse mai quadrerà nel cinema di Erik Bernasconi. Ma poco importa, il suo è sempre un cinema che respira.


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