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FANNY E ALEXANDER
(FANNY OCH ALEXANDER)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 6 settembre 1984
 
di Ingmar Bergman, con Gunn Walgren, Ewa Fröling, Jarl Kulle, Erland Josephson, Pernilla Allwin (Svezia, 1983)
 
Questa è la versione cinematografica di quello che avrebbe dovuto essere il film d'addio di Ingmar Bergman.

Una versione che offre naturalmente una qualità d'immagine infinitamente superiore a quella del piccolo schermo (anche se ci è sembrato che la proiezione luganese avvenisse in un formato errato a meno che Bergman abbia deciso, in termine di carriera, di inquadrare i suoi personaggi senza la parte superiore del capo, cosa della quale dubitiamo), ma che rispetto a quella televisiva risulta fortemente abbreviata.

In un film come Fanny e Alexander, definito a torto o ragione film somma, film testamento, ma comunque film-racconto, nel quale il piacere di raccontare è la prima cosa che colpisce lo spettatore, questa mutilazione intacca gravemente la perfezione dell'opera, la logica della sua costruzione, lo sviluppo delle psicologie, il succedersi degli avvenimenti. Ma la maturità della visione bergmaniana in Fanny e Alexander è tale, la somma delle qualità di ogni suo aspetto ideologico e linguistico è così alta, che visto in tre o in cinque ore il film s'impone comunque in tutta la sua folgorante bellezza.

Fanny e Alexander è quindi, e innanzitutto, una storia. Narrata con impareggiabile maestria registica, interpretata dalla gran parte di quegli straordinari attori che hanno accompagnato la carriera di Bergman, fotografata dal fido Sven Nikvist, è la storia di un ragazzo che evolve in un mondo di donne. Che, erede di una tradizione teatrale, impara ad evadere ed interpretare il mondo attraverso l'immaginazione e la magia. Che rifiuta il rito della morte, e che si urta all'intransigenza crudele dei precetti religiosi fino a constatare l'assenza di Dio. Ma anche se tutti questi temi sono quelli che hanno segnato l'opera del grande svedese, anche questo gioco di marionette e di lanterne magiche è ovviamente quello del futuro cineasta, dire che Fanny e Alexander è il racconto lineare e semplice di una vita significa ridurre il film ai suoi minimi termini.

Innanzitutto, Alexander non si situa al centro del film. E solo il punto di vista sui due grandi poli di attrazione dell'opera, il malefico vescovo Vergerus e l'ebreo Isaak Jacobi. Il suo apprendistato esistenziale, per sfuggire al Male e per imparare ad usare il Bene avviene su quella immaginazione, su quel sogno e su quella magia che egli, figlio del teatro, impara fin da piccino. Non solo: ma l'aneddoto bergmaniano arriva a rovesciare i dati tradizionali. Contro l'apparente giustezza delle parole di Vergerus anche la menzogna di Alexander, avallata da quel personaggio apparentemente sfuocato ma estremamente significativo che è la sorellina Fanny, diventa una strada che conduce alla verità. Perché in un mondo dove Dio è morto (e la tremenda figura del Vescovo, la figura umanista ed in definitiva laica del buon Ebreo, la tranquilla litania blasfema che Alexander recita durante i funerali del padre tolgono ogni dubbio in proposito), anche l'invenzione del ragazzo appartiene a quel mondo dell'irrazionale e dell'illusione che per Bergman è la sola speranza di salvezza. Il potere del sogno è immenso: all'inizio del film lo vediamo vincere la morte, quando Alexander immagina di far rivivere il marmo di una statua. Ma è solo un primo, minuscolo miracolo. In quella scena stupefacente nella quale Iacobi riesce a strappare i bambini al vescovo, la fede nel sogno e nella magia riesce addirittura a capovolgere la realtà delle immagini che stiamo osservando. Quando tutto sembra ormai perso l'illusione trionfa. E la parte finale del film (che è forse quella che maggiormente soffre dei tagli rispetto all'edizione televisiva integrale), durante la quale Alexander impara ad usare il soprannaturale fino a provocare a distanza la distruzione del Male, è tutta costruita su questo trionfo del potere dell'immaginario sul dogma apparentemente immutabile della realtà.

Questa trasformazione, apparentemente immateriale, del sogno sulla realtà, avviene tramite quel mezzo che, da sempre, viene indicato come il più implacabile traduttore della realtà: quello fotografico e cinematografico. La magia di Alexander è il cinema: negando le apparenze egli crea una verità propria. Lasciando libero sfogo alla propria immaginazione egli è ormai l'uomo e l'artista Bergman. Così, questa lunga e meravigliosa storia di fantasmi che ricompaiono, di porte di prigione che si spalancano di fiamme purificatrici inviate a distanza è in realtà la storia di quel meraviglioso cinematografico del quale, per tutta una vita, si è nutrito uno dei più grandi cineasti del nostro secolo. Così, Fanny e Alexander è una confessione accorata condotta con maestria figurativa impareggiabile, di un artista alle soglie della vecchiaia che si volge a meditare sul cammino percorso. Commovente e tremendamente lucido, ma semplice ed eterna come quelle fiabe che si de`finivano per grandi e piccini. Ingmar Bergman ha firmato così tanti capolavori che questo è difficile definirlo tale: forse è quel momento di trascendente lucidità che ogni artista, anche il più grande, spera di poter avere, per un'ultima volta.


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