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MIA MADRE Film con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggio
  Stampa questa scheda Data della recensione: 11 maggio 2015
 
di Nanni Moretti, con Margherita Buy, Nanni Moretti, John Turturro, Giulia Lazzarini, Beatrice Mancini (Italia, 2015)
 
Come tutti i film di Nanni Moretti, MIA MADRE è un film sullo smarrimento. Come il pontefice di HABEMUS PAPAM e i tanti personaggi morettiani che l'hanno preceduta (impossibile dimenticare il leggendario  dì qualcosa D'Alema, dì una cosa, reagisci, dì una cosa di sinistra! di APRILE) nel suo nuovo film di quasi tutte donne Margherita (Margherita Buy) si perde nei suoi tentativi sempre più vani di comprendere il mondo che le sta attorno. Un mondo che le sfugge sempre più: come quel film che lei sta girando da regista, su un confronto fra operai e padroni che apparentemente non le appartiene più. Come sua madre, ricoverata all'ospedale che, con altrettanta evidenza è destinata a spegnersi.

In quel vuoto generalizzato qualche figura maschile susssiste. Il divo che sbarca da Hollywood ( John Turturro) per assicurare al film di Margherita il marketing internazionale, in un ruolo a tratti divertente ma che finisce per sfiorare il macchiettismo invadente; e una serie di profili sfumati fra ex mariti e provvisori amanti della protagonista. Ma, sopratutto, Nanni stesso, nel ruolo del fratello che asssiste amorevolmente la madre. Una figura di bella umanità che risalta nell'agitazione generale, pur senza abdicare, nel suo ritegno e nella sua partecipazione che si sente autobiografica, a quel narcisimo morettiano che rimane come di dovere un segno irrinunciabile della sua personalità.

MIA MADRE deve molto al suo montaggio, giocato com'è fra indeterminate e dolorose fughe in avanti e inevitabili flash back; fra l'intimismo dell'annunciata scomparsa della madre e l'apertura verso l'esterno, nelle fragorose sequenze delle caotiche riprese del film di Margherita. E' uno dei pregi del film, subito evidenti nella esposizione iniziale delle varie situazioni, perfette nella loro concisione; un'armonia che si protarrà per tutta la durata della pellicola, glissando fra i vari momenti psicologici, attraversando i suoi toni accorati, divertenti, addirittura - considerando il tema - comici. Con la mano del maestro in pieno possesso del proprio linguaggio Moretti è cosi capace di filmare tutto quel vuoto: senza volerlo spiegare con pedanteria, ma svelandolo, in quel suo movimento armonioso e solo in apparenza svagato nello spazio e nel tempo, assieme al pudore e la commozione della propria intimità, oltre che della sua poetica.

Con MIA MADRE Moretti prosegue, o forse conclude l'aspetto del suo cinema rivolto all'interno di sé stesso iniziato nel 1978 con l'autoironia ai confini della goliardia diIO SONO UN AUTARTICO, ECCE BOMBO,SOGNI D'ORO, BIANCA; e proseguito, con sempre maggiore introspezione e esigenza morale, attraverso opere come CARO DIARIO, APRILE e in particolare LA STANZA DEL FIGLIO. E' l'altro tragitto, più rivolto verso l'esterno, che il regista compie in parallelo al percorso più dichiaratamente introspettivo; e che affiora in uno dei suoi capolavori, PALOMBELLA ROSSA (1978), per svilupparsi meno compiutamente in IL CAIMANO e, in modo sovrano, in HABEMUS PAPAM. Il cineasta non è più allora (con le sue esilaranti nevrosi, con il suo modo di caricarsi delle contraddizioni che lo circondano, con l'assunzione delle più dolorose scadenze) al centro del proprio universo esistenziale ed estetico; ma coinvolto in uno sconcerto che è sempre più partecipe di quello di un'epoca alla quale egli fatica ad appartenere.

Tenero e talvolta indulgente (quel sottolineare un pò ovvio la mestizia scolorata degli interni, ad esempio), divertente e afflitto, MIA MADRE è allora la somma, spesso incantata, dei due mondi poetici dello splendido quarantenne. Ora sessantenne.


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