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STILL LIFE Film con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggio
  Stampa questa scheda Data della recensione: 13 gennaio 2014
 
di Uberto Pasolini, con Eddie Marsan, Joanne Froggatt (Gran Bretagna-Italia, 2013)
 
Italiano a Londra, produttore del fortunatissimo FULL MONTY, regista nel 2007 con il suo primo MACHAN, al suo secondo lungometraggio Uberto Pasolini conquista il premio della Migliore Regia nella sezione Orizzonti di Venezia 2013. Con un film, STILL LIFE, che non ha niente di banale.

A cominciare da quel suo protagonista John May, un impiegato comunale che definire minuzioso è riduttivo, incaricato di ricercare i parenti delle persone decedute in completa solitudine. Operazione evidentemente problematica, quanto di struggente, progressiva empatia: cosi da condurlo a redigere lui stesso le orazioni funebri del parroco utilizzando le scarse informazioni raccolte sugli scomparsi. E finendo inevitabilmente per accodarsi tutto solo al convoglio funebre.

Tutto vero ma, appunto, poco banale: come l'attore che s'incarica del peso non indifferente della faccenda, il non esattamente monocorde (come potrebbe apparire a prima vista) Eddie Marsan, dall'apparenza piuttosto singolare, già testimoniata da alcune sue apparizioni non indifferenti nel cinema di Mike Leigh, Spielberg, Malick. Ripreso frontalmente, in primissimo piano, inserito nelle inquadrature fisse volute dal regista con altrettanto minuzioso calcolo nell'architettura registica (catteristica, a seconda dei gusti, che potrà apparire creatrice piuttosto che manipolatrice), Marsan rappresenta un collante drammatico certamemte straordinario del film.

STILL LIFE, ed è il suo pregio maggiore, riesce ad occuparsi della morte finendo per parlarci della vita; a trasformare un film malinconico sulla solitudine in un invito commovente, caloroso e finanche divertito a guardarci fiduciosi attorno. Piangiamoci pure adosso, sembra dirci: ma nel contempo impariamo ad occuparci di coloro che occupano lo spazio che ci circonda. Come quello, splendido per concisione e verità, della Londra periferica che Pasolini inquadra nei suoi esterni come dall'interno.

L'autore corre sul filo pericoloso di un compiacimento espressivo, di un eccesso di buoni sentimenti. Poi, proprio quando sembra sul punto di soccombervi (ma per quel finale a sorpresa non si poteva trovare qualcosa di meglio?) ne esce alla brava: grazie ad una sceneggiatura impeccabile e una regia conseguente. Una volta ancora, è tutta una questione di linguaggio.


   Il film in Internet (Google)

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