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2046
(2046)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 21 novembre 2004
 
di Wong Kar-wai, con Tony Leung, Gong Li, Kimura Takuya, Faye Wong, Zhang Ziyi, Carina Lau, Maggie Cheung (Cina, 2004)
 
2046 non è il “seguito” dell'amatissimo IN THE MOOD FOR LOVE, né tanto meno una ripetizione costruita sui suoi “resti”, come qualcuno ha insinuato nella tipica approssimazione di Cannes. Non fosse che per il fatto che ogni film di Wong Kar-wai si incastra nel precedente; e ne annuncia il seguente. Come in Fellini, in Kubrick o in Kusturica, tutti creatori che lavorano e innovano all'interno del calco della propria dimensione poetica, Wong non avrà fatto “altro” che girare sempre il medesimo, dissimile solo nelle sue apparenze più immediate, film.

Quali apparenze? Quelle di THE MOOD FOR LOVE erano tutte costruite verso il proprio centro emotivo, quella coppia di amanti, sublimi e accorati nella loro passione pudica, esasperata dal minimalismo; e nella quale era cosi semplice identificarsi (da cui la straordinario successo del film). 2046 si proietta, ma appunto solo in apparenza, in senso contrario. In una discontinuità temporale, spaziale e quindi di azione: la storia, scandita dal monologo del protagonista, di uno scrittore che immagina un viaggio verso l'anno annunciato dal titolo, territorio misterioso e doloroso di conquista, in quanto implica la rinuncia al patrimonio cosi prezioso e irrinunciabile dell'individuo, i propri ricordi. Il film è allora come atomizzato nella direzione opposta a quella di IN THE MOOD FOR LOVE: verso l'esterno di quei ricordi, a ritroso nel tempo delle occasioni perdute, verso le quattro donne che hanno attraversato la vita di Tony Leung. Seguendo la traccia di quel modo di pensare tipicamente cinese, ricordato dal regista stesso: “ Il futuro non è altro che un modo di sfuggire al presente, pur rimanendo una estensione del passato. Ed il tempo è un cerchio che inizia dove termina, e viceversa.”

Come nella drammaturgia operistica, (Casta Diva e Bellini si rincorrono nel film), come nella Hong-Kong che passa ad una Cina pronta a garantirle altri 50 anni senza cambiamenti (le sequenze storiche con gli spezzoni documentari), come nel ricorso all'estetica futuristica dell'inizio e della fine della pellicola, le intenzioni dell'autore sono quelle di improvvisare sul tema che gli è sempre stato particolare, quello delle promesse e dei tradimenti. 2046, è un film più tortuoso e torturato del precedente. Forse ancora più romantico, ma meno sentimentale( e che quindi il grande pubblico, forse, non accetterà con identica facilità). Ma la sua meraviglia nasce proprio dal fatto di essere identico (gli stessi meravigliosi attori, gli spazi, le dominanti cromatiche, le musiche, i costumi; e quelle formidabili e destabilizzanti invenzioni nel taglio delle inquadrature, nella cadenze sublimi dei movimenti della cinepresa) e solo apparentemente dissimile da IN THE MOOD FOR LOVE. Se attorno a Maggie Cheung è nato un piccolo giallo (non c'è quasi più, ha tagliato corto il regista, perché il significato della sua presenza era ormai perfettamente compiuto), la fresca contemporaneità di Faye Wong, la fragile determinazione di Zhang Ziyi, l'erotismo futuribile di Carina Lau o l'eternità dei rinvii mitici di Gong Li continuano a ruotare attorno alla struggente seduzione del divo supremo Tony Cheung come in un vero e proprio sequel. La pensione è la stessa, e cosi la porta della stanza accanto (la 2046, appunto), gli anni sessanta delle stilizzate Hong-Kong o Singapore. E immutato, come potrebbe non esserlo, è il supremo manierismo dello sguardo: quel modo inimitabile di trasformare il tumulto dei sentimenti, l'eco dei silenzi e la sublimazione del desiderio, l'esaltazione e la frustrazione della passione amorosa, ed i risvolti minimi del quotidiano in energia spaziale, cromatica o musicale.

Come sempre, come nello struggente DAYS OF BEEING WILD del 1991 che ci rivelò il maestro di Hong-Kong, o nella spensierata leggerezza di CHUNGKING EXPRESS (1994), o nello sradicamento dell'evasione omosessuale di HAPPY TOGETHER (1997) il tema eterno è quello della difficoltà del sincronismo nei rapporti umani. Ed in primis, ci mancherebbe, nella passione e nell'amore. Questo era pudico e sfortunato, ora si è fatto sfrontato e, ovviamente, altrettanto sfortunato; al punto di farsi venale. Se nella stanza 2046 avvengono incontri erotici terribilmente (nell'ottica cinese) espliciti, 2046 è anche l'anno del futuro verso il quale si avvia il treno fantascientifico, naturalmente provvisto di affascinante creatura androide da sedurre. Tutto, come nell'incontro tra il giornalista che ora scrive addirittura romanzi porno e la dura/fragile prostituta Bai-Ling, doverosamente fuori sincrono, come in tutte le parabole sentimentali ed esistenziali dell'autore.

E se il quesito sull'impossibile reciprocità dell'amare ed essere riamato è forse cosa risaputa, è nelle sublimi dissolvenze delle immagini di Wong Kar-Wai che si carica la forza ipnotica di un voyeurismo di suprema raffinatezza: che tenterà di ordinare il disordine eccitante e melanconico di quell'intreccio di ricordi, ripensamenti e frustrazioni. Melodramma decostruito in un ripensamento postmoderno, viaggio allucinato e melanconico nel fascino e nelle contraddizioni della passione, 2046 si significa nella magnificenza di uno sguardo che ha pochi eguali nel cinema contemporaneo.


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