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IL TOCCO DEL PECCATO - A TOUCH OF SIN
(TIAN ZHU DING)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 20 luglio 2014
 
di Jia Zhang-ke, con Jiang Wu, Li Meng, Luo Lanshan, Wang Baoqiang, Zhang Jiayi (Cina, 2013)
 
I temi sono quelli di sempre, ma è il modo di esprimerli ad evolvere; uno dei segni del cineasta che si fa sempre più grande. Attraverso le svolte di un cammino determinato e di conseguenza, perlomeno fino al 2005, censurato (PLATFORM, STILL LIFE, 24 CITY, I WISH I KNEW), Jia Zhang-ke ha sempre parlato della Cina e dei suoi problemi, del precipitarsi dei cambiamenti sociali, economici e quindi morali. Di una migrazione, intima o nello spazio, come soluzione (vana) alla perenne situazione di sfruttamento dell'individuo, all'abisso che si andava creando fra i più ricchi e i sempre egualmente poveri.

Spesso a metà tra documento e finzione, il suo è sempre stato sempre uno spaccato immediato, forte perché al tempo stesso reale e poetico, della condizione dell'uomo nel paese in divenire più potente. Ora, filmate in modo favoloso dal grande Yu Lik-wai, le quattro storie che s'intrecciano in A TOUCH OF SIN rappresentano però un ulteriore passo innanzi. Dahai, il minatore che reclama civilmente il dovuto, è preso a badilate. Non gli rimane che la carabina. San'er, estrae alla fine la rivoltella riposta nel cassetto per farne un oggetto di rivolta quasi astratta. Xiao Yu, ricezionista in una sauna, giungerà a uccidere per sfuggire ai clienti che reclamano massaggi completi. E Xiao Hui, nell'episodio più significativo, tenterà di sfuggire con il viaggio al degrado terribile della sue condizioni di lavoro; prima di rassegnarsi all'atto estremo.

Uomini come bestie: animali che non a caso Jia dissemina in modo quasi surreale nel percorso del film: cavalli frustati, anatre e bovini, serpenti, pesci, scimmie che condividono come un immenso punto interrogativo il vuoto dell'umanità che li circonda. E' tutto un microcosmo che fa ancora parte di una riflessione che ha sempre cercato di avvicinarsi in modo pacato alla devastazione morale di chi gli sta accanto, confrontato al crescente, degenerato liberismo economico.

Ma in A TOUCH OF SIN non c'è più soltanto, dietro alla disperazione dei piccoli, la minacciosa latenza di una volontà politica intesa a perpetuare un capitalismo ormai dirompente. Anche il mite Jia Zhangke sembra ormai concentrarsi sull'istante nel quale l'esasperazione dei suoi quattro protagonisti si trasforma in rivolta e violenza. Pur sempre all'interno di una struttura rigorosamente contenuta, quattro personaggi, quattro regioni distinte sono splendidamente ambientate: ma dal nord dello Shanxi al sudest del miracolo economico di Donggua, il regista, ad immagine dei suoi personaggi ha perso la fede nelle mezze maniere; e con degli scopi di violenza all'interno della sua sontuosa contemplazione sembra sfidare lo specialista in materia Takeshi Kitano.

Forse solo allora ci ricordiamo che il TOUCH OF SIN del titolo allude al celebre TOUCH OF ZEN del taiwanese King Hu, imprescindibile riferimento al genere wuxia pian della arti marziali: quasi che il mite Jia Zhangke abbia deciso che con la Cina contemporanea fossero ormai necessarie altre maniere. Con pennellate sempre più imperiose, dominanti di tono che egualmente appartengono a una tradizione usa a trattare con gangster e mafiosi; senza rinunciare a scoppi di comicità irresistibili, a cadenze da western o da thriller. Senza rinunciare alla propria maestria nel dettare i ritmi, nello sfidare il grottesco, nell'organizzare la propria visione umanistica in un'armonia spaziale e cromatica che ha acquistato ancora maggiore incanto. Ma con un'indignazione politica che finisce per amplificarla a dismisura, fino a farne impeccabile riferimento storico.


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