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DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES
(LE TOUT NOUVEAU TESTAMENT)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 18 gennaio 2016
 
di Jaco van Dormael, Benoit Poelvoorde, Yolande Moreau, Catherine Deneuve, Pili Groyne (Belgio, 2015)
 
Riproposti all'infinito, i dubbi arrischiano di farsi insopportabili. Succede con il regista belga dall'inventiva (dall'ambizione?) smisurata, Jaco van Dormael. Successe - ma allora la sorpresa mitigo' le riserve - con il suo primo TOTO' LE HEROS: nel 1991, si vide assegnare l'ambitissima Caméra d'Or di migliore esordiente al Festival di Cannes, quindi il César del Miglior film straniero, e infine gli osanna da parte del sempre generoso pubblico della Piazza di Locarno. Successe ancora (ma nella crescente perplessità) con L'OTTAVO GIORNO (1996), interpretato da un giovane e valido attore down, del tutto estraneo alla strumentalizzazione che piombava il film. Nel 2010, infine, MR. NOBODY era in Concorso a Venezia: un apprezzamento da parte dei selezionatori della Mostra per uno stile che qualcuno definì filosofico/ pubblicitario.

DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES, un titolo curioso, un soggetto esplosivo, delle intenzioni certamente provocatorie. Perché no: se gran parte delle sconvolgenti intenzioni non rimanessero sulla carta. Meglio, in uno stile a prima vista anche creativo, ma alla ricerca di infinite finalità: comiche, irrispettose, provocatorie, surreali, nonsensistiche, poetiche, crudeli. Protratto fino all'esasperazione, in un sorta di compiacimento magari anche talentuoso, ma progressivamente invadente: così, il tono imposto, o concesso agli attori, l'enfatizzazione delle scenografie, la magnificazione degli effetti fotografici, cromatici, musicali.

Quasi paradossalmente, comicità, eccesso, compiacimento, provocazione, surrealismo reclamano il magistero sovrano della misura. Anche il delirio esige di essere posseduto: quello di van Dormael governa il tutto per qualche minuto, per svaporare progressivamente nella vanità dello sketch televisivo. A poco serve, allora, narrarci di un nuovo Dio che vive a Bruxelles e si fa chiamare JC come fosse rapper; cattivo e vendicativo con moglie reclusa in cucina, imprecando al computer e alla figliola Ea, sorella minore di Gesù Cristo. Questo, rappresentato per sua fortuna solo come soprammobile in gesso. A poco serve una storia vagamente New Age della vendetta della piccola vittima (anche perché la giovane Pili Groyne ha scarsa presenza): che manomette il computer del genitore nel quale aveva fissato la data di scomparsa di ogni individuo, seminando il caos planetario.

All'autore non basta (eventualmente) divertire. Molte illustrazioni in stile Jeunet o Gilliam gli riescono anche bene, mai il desiderio è aggiungervi del mistico, del metafisico, pure del sociale. La ragazzina ridiscende sulla terra, riscrive il Vangelo e sceglie una mezza dozzina di discepoli non esattamente raccomandabili. Catherine Deneuve nelle vesti di una vedova insoddisfatta va pure a letto con un gorilla; tanto, per l'umile spettatore esausto.


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