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AMABILI RESTI
(LOVELY BONES)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 15 febbraio 2010
 
di Peter Jackson, con Mark Wahlberg, Rachel Weisz, Susan Sarandon, Stanley Tucci, Saoirse Ronan (Nuova Zelanda - Stati Uniti, 2009)
 
Peter Jackson è un ingordo. Non che l'ingordigia sia incompatibile con la genialità. E con il gusto, sempre più raro in tempi di programmate globalizzazioni, per le imprese azzardate. Nella trilogia de IL SIGNORE DEGLI ANELLI, nel remake di un cult come KING KONG, ma già quando si scoprivano in lui, nel 1994 di CREATURE DEL CIELO, molte delle poetiche bizzarrie care al cinema di un'altra grande neozelandese, Jane Campion, tutta la gamma delle quasi sfrontate ambizioni del cineasta risultavano evidenti. Così, quella di spaziare dalla rappresentazione dell'infinitamente piccolo (di un realismo dell'intimo) a quella sterminata del meraviglioso ottenuto con le costruzioni digitali (ma, egualmente, di un diverso genere di infinito, il soprannaturale e metafisico). E, ancora, la fusione di quasi altrettanti infiniti generi di scrittura cinematografica, il fantastico ma accostato al thriller, il melodramma, ma con la scivolata nell'horror.

Nelle scommesse più esaltanti Peter Jackson è sempre riuscito a fondere in una resa poetica sorprendente il realismo della contemplazione degli elementi naturali con l'utilizzo fantastico degli effetti speciali. Come ne IL SIGNORE DEGLI ANELLI, quando la sua cinepresa sfiorava la tessitura squisita di un tappeto di muschio che ancora accoglieva la rugiada del mattino, mentre i piccoli hobbit fuggivano nella foresta; prima che lo zoccolo di un immenso cavallo nero invadesse lo schermo; prima che l'ansimare assordante delle narici si facesse presagio di più oscure minacce. E prima di passare agli antipodi di quella resa fantastica del microcosmo: alle trasparenze pre-raffaellite che introducevano gli androni gotici alla Gustavo Doré delle spirali nelle quali sprofondano le creature del male, le torri vertiginose, le viscere delle miniere, i cavalli che urlavano al guado, gli untermensch di Fritz Lang, gli stregoni di Eisenstein, gli abissi marini di Cameron, il bestiario di Tim Burton.

Tutto questi riferimenti si ritrovano nella storia della ragazzina (deliziosa Saoirse Ronan) di AMABILI RESTI che, assassinata da un maniaco (perfetto Stanley Tucci) in una sequenza sfumata utilmente dal regista, continuerà a seguire dall'aldilà la smarrita elaborazione del lutto dei suoi cari, oltre che l'avanzare dell'inchiesta poliziesca. Cosi, la visione adolescenziale della cittadina della Pennsylvania resa con molta grazia favolistica si sdoppierà ben presto nei paesaggi (talvolta) affascinanti di un limbo onirico creato dalle pennellate virtuali di un cineasta che rimane uno specialista (con Burton, Gilliam o Lynch) dell'evasione fantastica. Il fine è una volta ancora immenso oltre che encomiabile: mostrare l'insondabile, l'interazione fra il mondo dei vivi e quello degli scomparsi, materializzare l'energia vitale del ricordo, l'itinerario che dalla devastazione del dolore conduce all'elaborazione di un distacco infine accettato. Era un viaggio fra realismo brutale ed evasione metafisica che si alimentava poeticamente fra le righe del romanzo di Alice Sebold del 2002: ma che nel troppo pieno di atmosfere del film disorienta gli attori, confina pericolosamente con il kitsch e svapora progressivamente la forza dei tanti generi esplorati.


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