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A SERIOUS MAN Film con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggio
  Stampa questa scheda Data della recensione: 28 dicembre 2009
 
di Joel e Ethan Coen, con Michael Stuhlbarg, Richard Kind, Fred Melamed, Sari Lennick, Adam Arkin. (Stati Uniti, 2009)
 
Già lo si capisce dal titolo, l'ultimo prodotto dei due imprevedibili fratelli del cinema americano è un film semiserio. Perlomeno: a seconda dell'umore dello spettatore, diciamo pseudo-esilarante. Fonte inesauribile, fino ai confini di un assurdo che finisce per ricondursi perfidamente al quotidiano, di quel genere di risata che ti rimane a metà. Come lo sono poi state, riandando nel tempo, molte delle opere che, guarda caso, risulteranno fra le loro indimenticabili, NON E' UN PAESE PER VECCHI, L'UOMO CHE NON C'ERA, FARGO, BARTON FINK. Certo, è dai tempi di Chaplin, per limitarsi all'esempio più ovvio, ma anche di Woody Allen per rimanere nell'orbita culturale dei Coen che il cinema riesce a far riflettere, ridendo, su faccende in definitiva tragiche. A SERIOUS MAN rientra di diritto fra questa casta privilegiata: rappresenta una svolta radicale e inedita, che i precedenti di Joel e Ethan Coen potevano solo lasciare presagire. E' il loro film più dichiaratamente autobiografico, affondato fra le radici della loro cultura, come lascia intendere chiaramente il ricalco sulla storia biblica di Giobbe e del suo proverbiale limite di sopportazione. Al tempo stesso però, da film-serpente perfidamente a due teste qual è, è anche subito proiettato nella realtà degli Anni Sessanta, grazie alle immagini millimetriche di Roger Deakins, ad attori sconosciuti e regolarmente straordinari, in un quotidiano che si sente implacabilmente fotografato dai ricordi dei due nella cittadina natale del Minnesota.

Una duplicità straniante (come sempre capita con loro), farsesca ma non poi così tanto: sulla quale si costruisce un film anche spassoso ma non di certo facile, disinvolto e profondo, divertito e sfuggente. A partire da quel suo strano prologo, apparentemente slegato dalle vicissitudini a venire del coscienzioso Larry, il vieppiù stralunato professore di fisica ebreo, costretto ad affrontare tutta una serie di crescenti, irreversibili iettature. Una premessa a prima vista indecifrabile (come qualche altro risvolto della pellicola) ai non addetti alla Torah, tutta parlata in yiddish (sottotitolato, non esageriamo), ambientata in uno schtetl polacco dell'Ottocento: ma che si dimostrerà in seguito non essere soltanto un capriccio esilarante o paradossale. Quell'inatteso visitatore che bussa alla casupola della modesta coppia ebrea nella notte gelata, infatti, era allora un dybbuk, uno spettro indemoniato, come sosteva la moglie che, per dimostrarlo, gli infilzerà un pugnale nel petto? Oppure un semplice poveraccio, al quale il marito voleva ragionevolmente offrire una zuppa bollente? Forse Larry, il professore razionale che riempie la lavagna del college di formule sempre più intraducibili avrebbe dovuto riandare a quell'aneddoto. Certo, il destino sembra avergli riservato di tutto, la moglie che lo sta lasciando per un suo amico untuosamente conciliante, ma che intanto invia lettere anonime accusandolo di essere uno sporcaccione; un allievo in vista degli esami che tenta di corromperlo, un fratello giocatore d'azzardo e parassita alle sue spalle, la figlia che gli sfila banconote dal borsello ed il vicino di casa antisemita che gli invade con la tosaerba il giardino per farsi il garage. Con ciò, a somiglianza di quel suo avo nell'inverno polacco, avrebbe forse potuto affrontare tutto quel male inviatogli dal suo dio con un pizzico di rassegnazione in meno nei confronti dei voleri di Ashem. Essendo un uomo serio, un mensch, invece, chiede consiglio a ben tre rabbini: con il risultato che, nel migliore dei casi, gli consigliano di ascoltare i Jefferson Airplane.

Forse si trattava solo di una maledizione per via di quella pugnalata, forse solo di un delirio poetico nella vena di quella cultura ebrea eternamente in bilico fra rispetto della tradizione ed esigenze della modernità cara alla letteratura degli Isaac Singer, Philip Roth o Saul Bellow. O forse soltanto di una passeggiata nel più o meno divertito surreale dei due grandi fratelli: difficile, comunque, non guardare a A SERIOUS MAN come a uno fra i loro più significativi lavori, una riflessione laica su come ragione e religione, modernità e tradizione possano convivere fra le nostre angustie più pressanti.


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