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BROKEN FLOWERS
(BROKEN FLOWERS)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 28 novembre 2005
 
di Jim Jarmusch, con Bill Murray, Jeffrey Wright, Sharon Stone, Jessica Lange, Frances Conroy, Tilda Swinton, Julie Delpy (RIPRESA) (Stati Uniti, 2005)
 

Dopo LOST IN TRANSLATION è lui, l'ultracinquantenne non esattamente ben portati per via dell'occhio stanco e della gestualità rassegnata ai minimi termini, del maschio di successo che delle soddisfazioni di seduttore inizia a riscontrare i limiti, di quell'aria cool che regredisce pericolosamente nel depresso. Sulle spalle ormai curve dell'inimitabile Bill Murray, al quale basta sollevare il sopracciglio per esprimere tutto l'imbarazzo, la comicità o la melanconia di una situazione pertanto banale, grava tutto il peso della forza motrice di BROKEN FLOWERS: in un modo non molto dissimile da quanto lo era già stato nel grande successo di Sofia Coppola. Avrebbe potuto costituire il limite di questo Gran Premio della Giuria di Cannes 2006: ma non essendo certo che un totale artistico corrisponda necessariamente la somma dei suoi addendi, l'uno - due della coppia Murray - Jarmusch finisce per risultare assai più di due. Così, quando il nostro Bill Murray dongiovanni ammosciato riceverà una missiva in rosa che gli annuncia di essere stato reso padre vent'anni prima da una sconosciuta fra le sue innumerevoli ex, la sua ormai consolidata rassegnazione non gli farebbe muovere un dito. Se non fosse che la sceneggiatura di Jim Jarmusch imporrà a lui, come al film, di muoversi e di progredire, seppure di malavoglia: grazie al vicino di casa, tutto all'opposto dinamico e curioso, assolutamente conforme al positivismo della american way of life, ovviamente encomiabile sposo e pluripadre.


Stanchezza esistenziale ed energia sociale. Pure qui, la formula condurrebbe su cammini risaputi se non ci fosse lo sguardo, inimitabile, del regista. Obbligato controvoglia alla sua road-movie identitaria dalle inchieste del vicino, Murray visiterà una dopo l'altra le sue fiamme. L'avrete visto, si chiamano Sharon Stone, o Jessica Lange, Frances Conroy o Tilda Swinton...Ma la galleria non è quella della facile rivisitazione di quei miti che ti potevi aspettare. Piuttosto di un tragitto espiatorio che si muta in un gioco divertito e subito accorato di scatola cinesi. Ad ognuna di esse corrisponde un ambiente diverso, che la scenografia compone con grazia e sapienza. Subito, ad esse si sommano una dominante cromatica, le musiche (vecchio pallino del nostro) fino a comporre la serie deliziosa di ritratti psicologici. C'è da sempre un Jarmusch touch: ma, come osservavamo dopo DEAD MAN, c'era un prima e un dopo di quel capolavoro. Quello di un regista che dopo aver osservato l'estetica americana dall'esterno, quasi da raffinato turista, si era messo infine ad analizzare finalmente il paese ed i propri abitanti. Con un'umanità che gli credevamo estranea. E Basta allora quel suo modo di far galleggiare una sublime Sharon Stone nella trasparenza sensuale del suo (anzi dei suoi ...) bicchieri di rosé per spedire nel mondo dei sogni quello che era soltanto il giochino incantato dell'assurdo. In un film nel quale ci si sorprende ad osservare anche il paesaggio che sfila ai bordi dell'autostrada, Al fascino disincantato della fiction Jarmusch aggiunge l'attenzione del documento. Gli basta un fiore che appassisce, un treno dimenticato sui binari, le bolle nel bicchiere di champagne, i resti del pollo che ci ricordano che la festa è finita per fare di quella road movie che poteva essere soltanto divertita un suspense dell'anima. Sospeso nel tempo; ma di un tempo che non è più lo stesso, né passato né futuro come in quel finale tra padre e figlio (forse) ritrovati.


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