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AMEN
(AMEN)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 4 giugno 2002
 
di Costantin Costa-Gavras, con Ulrich Tukur, Mathieu Kassovitz, Michel Duchaussoy (Francia, 2002)
 
Un'immagine recente di Mathieu Kassovitz
Si diceva, ai tempi di Z - L'ORGIA DEL POTERE sulle malefatte dei colonnelli greci (che rimane un emblema, nel genere denuncia politica a larga diffusione), o di MISSING, sul colpo di stato dei militari cileni (che si prese pur sempre una Palma d'Oro a Cannes), che la popolarità del cinema di Costa-Gavras era dovuta ad un principio elementare: denuncia di un sistema politico, costruita su una più o meno verosimile vicenda romanzata. Con un limite ben preciso: quello di sfondare porte già spalancate. Se questo AMEN, girato dal regista ormai settantenne, rimarrà come uno dei migliori di una lunga carriera è anche perché stavolta si può dire (quasi) tutto il contrario.

E' vero, cioè, che il film è tratto da un testo di finzione: quello teatrale di Rolf Hochhut, IL VICARIO, che fece scalpore in quel 1963. E che, lo si voglia o meno, continua a fare testo in materia. Ma per quanto riguarda buona parte della veridicità dei fatti, l'assenza di accentuazioni polemiche (e, di conseguenza, di effetti espressivi inutilmente emotivi), la volontà di fare opera di misura e riflessione, l'esigenza della verità è alla base di AMEN.

Il film si basa infatti sulla autenticità storica. Ed illustra la vicenda paradossale di Kurt Gerstein, ufficiale delle SS, tecnico specialista in disinfezioni, che scopre con orrore di collaborare allo sterminio degli ebrei. Buon tedesco, ottimo cristiano, soldato diligente, che rifiuta di disertare, ma cercherà di sabotare, informare, testimoniare. AMEN inventa invece il personaggio di un giovane gesuita, sul quale l'ufficiale tedesco fa affidamento per avvisare la diplomazia internazionale, sensibilizzare il Vaticano, implorare l'intervento del Papa.

Ma il film di Costa-Gavras ha l'intelligenza di non limitarsi a denunciare platealmente la tanto discussa accoppiata mutismo-complicità di Pio XII nei confronti della strage. Certo, non si priva di annotare, più o meno discretamente, come la commozione dei prelati cattolici vada più nei confronti dei riformati o della distruzione dei conventi che in quella della Shoah; o che Hitler era visto come colui che più chiaramente si opponeva agli abomini del comunismo... Ma non esita a concedere, più o meno maliziosamente, le attenuanti spesso invocate dalle parti in causa, fossero esse civili o religiose: il pragmatismo strategico destinato ad evitare guai maggiori, il timore di peggiorare la situazione dei cattolici in Germania, e via dicendo.

Piuttosto, ed è uno dei suoi meriti maggiori, AMEN riflette su interrogativi meno contingenti. Che giustificano questa visione: non solo limitata, a tanti decenni di ritardo, ad una comunque legittimissima importanza del ricordare. Sono quelli del dovere nei confronti della propria coscienza; della necessità morale di affermare la verità. Anche quando i risultati tangibili ed immediati non sono evidenti, come nel caso della Chiesa. Anche quando -come nel caso dell'ufficiale protagonista- questa possa apparire contraddittoria con il colore di quell'uniforme che ognuno di noi finisce per indossare.

Certo, in un film di Costa-Gavras non è il caso di andare a cercare invenzioni, per non dire novità stilistiche. Ma il classicismo un po' banale di AMEN (dovuto in parte al fatto che il film, girato in Bulgaria, è un po' appiattito dalla generale parlata inglese) non gli impedisce di costruirsi su una progressione drammatica efficace, scandita dal tragico andirivieni dei treni diretti ai campi di sterminio. Evita cosi di tradire l'origine, giustamente dichiarata, del testo teatrale. E quell'equilibrio tranquillo dell'espressione che contrasta bravamente, e moltiplica l'effetto della denuncia.


   Il film in Internet (Google)

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