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A.I. - INTELLIGENZA ARTIFICIALE
(A.I. ARTIFICIAL INTELLIGENCE)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 17 ottobre 2001
 
di Steven Spielberg, con Haley Joel Osment, Jude Law, William Hurt (Stati Uniti, 2001)
 
A.I. è un film strano (il che è a priori una buona cosa). Strano, innanzitutto, nel senso di fantastico, meraviglioso e quindi sorprendente. Fantastico non tanto perché si tratta di un film di fantascienza: ma perché, effettivamente, grazie all'arte di Steven Spielberg, varie sequenze sono condotte con uno splendore visionario fuori del comune.

Strano, A.I., lo è però anche per un'altra ragione. Quella di nascere da un progetto che Stanley Kubrick aveva cullato, perfezionato (e forse alla fine anche rifiutato, da quel maniaco perfezionista che era) durante vent'anni; e che Spielberg riprende ora, sulle ali di un profondo rispetto per il grande cineasta scomparso. Da questa ammirazione, dalla volontà del regista di E.T. di rendere un omaggio a quello di 2001: ODISSEA NELLO SPAZIO non poteva che nascere qualcosa di ibrido. Cosi, questa storia di Pinocchio nell'epoca futura dei robot, del ragazzino meccanico al quale è stato inoculata la facoltà di amare e che, respinto dalla famiglia adottiva vagherà per il mondo in disgregazione alla ricerca di una Fata Turchina che faccia di lui un vero bambino, degno di essere amato, finisce per risultare una strana mistura, nata dalla volontà di avvicinamento e di osmosi. Ma fra due concezioni cinematografiche assolutamente opposte. L'interrogazione sospesa nel vuoto, tutta interiorizzata, metafisica, destabilizzante di Kubrick. E l'itinerario energico, cinetico, teso alla problematica edipica, al mondo dell'infanzia e delle fiabe del sentimentalismo psicologico di Spielberg. Alla prima appartiene soprattutto l'ultima parte (di gran lunga la più affascinante) del film. Seppur edulcorato dall'ansia spielberghiana di terminare nei buoni sentimenti che gli sono cari, l'incontro virtuale, "duemila anni più tardi", fra il robot rasserenato e la mamma, attorniati dal benvolere surreale di certi squisiti alieni filiformi, s'iscrive in uno di quegli straordinari interrogativi sui quali si spalancavano i finali di 2001: ODISSEA NELLO SPAZIO o di SHINING. Ma molti altri aspetti di A.I. sono vere e proprie citazioni della memoria kubrickiana: cosi, oltre agli evidentissimi paralleli con l'epilogo di ODISSEA, la famiglia apparentemente banale ma in effetti isterica è quella di SHINING, la violenza dei facinorosi quella di ARANCIA MECCANICA, le bambole meccaniche quelle di KILLER'S KISS. Al contrario, sotto quella coperta che inevitabilmente l'autore di A.I. finisce per tirare a sé ritroviamo la foresta incantata di E.T., l'orsacchiotto tenero e geniale delle guerre stellari dell'amico Lucas, la rincorsa alla Indiana Jones, la musica non proprio discreta di John Williams e, naturalmente, il continuo ritorno agli elementi favolistici.

Kubrick avrebbe affrontato gli avvenimenti non proprio banali di questa "sua" storia in altro modo: scavando nei rapporti fra i personaggi, avanzando verso interrogativi inquietanti e filosofici, senza il timore di affrontare quesiti poetici, primo fra tutti quelli di un robot costretto a scegliere fra l'obbligo dell'obbedienza e l'esigenza dell'amore. Spielberg, al contrario, non subisce (o non ne è capace…) l'ipnosi di una progressione drammatica, l'attrazione del labirinto: il suo rimane un cinema di momenti privilegiati. Che vanno presi a sé stanti: come quelle straordinarie visioni di una Manhattan semi - sommersa dall' Oceano, le immagini futuriste ma costantemente inventive della "flesh fair" e della città del vizio, la luce irreale nella quale affonda il banale quotidiano. Per non dire di quell'altra luce, che finisce per sorreggere e giustificare un film generoso ma zoppicante: glauca, tenera, immateriale, riflette da Haley Joel Osment, straordinario attore ragazzino già adulto, metà fissità meccanica, metà vibrazione umana. Lui solo si porta appresso tutta l'ambiguità che fa difetto a A.I.


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