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  Stampa questa scheda Data della recensione: 11 agosto 1999
 
di Gérard Blain, con Paul Blain, Sylvie Olivier, Michel Subor (Francia, 1999)
 
Il direttore di una grande impresa di lavori pubblici viene assassinato. Quali nemici può avere un uomo dall'integrità morale e professionale perfetta e dalla vita privata ineccepibile?

È il Blain di sempre, più del Blain di sempre.Dopo la lunga pausa che corre da PIERRE ET DJEMILA, il suo stile, ma meglio si dovrebbe dire la sua visione (cinematografica e, di conseguenza, morale) si sono vieppiù (sembrava impossibile...) affinati.

In questo senso la carriera del cineasta Blain è ammirevole; splendida di coerenza e progressione, scavo e sublimazione.Quelle che potevano apparire delle manie di un ribelle estetico viziato e magari un pochino presuntuoso (la centralità dello sguardo, la simmetria della visione, il soggetto sempre al centro dell'inquadratura (rigorosamente nel formato standard, ci mancherebbe), l'uso esclusivo dell'ottica 50mm, la rinuncia alla musica, l'epurazione dall'inquadratura di ogni dettaglio "inutile", l'avversione ad ogni rappresentazione veristica alla ricerca di una epurazione, stilizzazione alla Bresson) conducono ora ad una visone sempre più rigorosa, ma anche per certi aspetti meno sottolineata, più serena.

Il regista Blain, il suo desiderio di purezza, di essenzialità, di andare diritto al cuore dell'espressione non può non forzare la nostra ammirazione.

Il dubbio, piuttosto, è un altro. Poiché, come sappiamo, estetica e morale fanno tutt'uno, fino a che punto l'assolutismo formale Blain rappresenta la continuazione di quello, folgorante e spirituale di Robert Bresson?E, quanto, invece, la prepotenza di una semplificazione formale (ma quindi moralistica; anche se all'autore questo termine ovviamente non piace) che conduce ad un integralismo aggressivo e semplificatorio?

Sarà poiché conosciamo anche le parole del Blain artista; e non solo le sue immagini?Ma l'esaltazione (che nel film talora si avvicina ad una piagnucolosa esortazione) dei valori famigliari, di quelli tradizionali, quella mamma costantemente invocata (ma, purtroppo, appiccicosamente rappresentata da un'attrice inadatta); il rifiuto sdegnoso di ogni debolezza, ammissione di colpa, il ripudio di ogni tentazione al vizio anche minore, finisce per rivelare l'intransigenza di una visione del mondo stucchevole, intransigente e aridamente radicale.

Ed è forse il punto. C'è tutto un grande cinema che si è costruito sulla filosofia che ciò che più cinta è quello che si toglie, di superfluo, dallo schermo. E non ciò che si aggiunge, per puro vizio decorativo. È un cammino che può condurre all'ascesi, alla sublimazione, alla trascendenza. Ma, se appena sgarrato, egualmente all'aridità, alla aggressività, all'artificio totalitario.

I limiti - certo anche l'interesse - del cinema di Blain stanno tutti nell'incertezza di questa frontiera fragile e fondamentale.


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