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CELEBRITY
(CELEBRITY)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 1 marzo 1999
 
di Woody Allen, con Kenneth Branagh, Leonardo Di Caprio, Judie Davis, Winona Ryder, Mélanie Griffith, Joe Mantegna (Stati Uniti, 1998)
 
Un tema come quello della rincorsa sfrenata alla notorietà non dovrebbe preoccupare più di tanto qualcuno come Woody Allen. Per il semplice fatto che lui, la celebrità, la conosce da un pezzo.

Cosi, le magagne di Lee Simon giornalista d'assalto, aspirante scrittore, seduttore spiccio, compagno approssimativo, frequentatore obbligato di set cinematografici, ristoranti da guida, salotti letterari, vernissages e sfilate di moda, chirurgia estetica, discoteche nonché del massimo strombazzatore d'aria fritta contemporanea, lo studio televisivo, queste ridicole, pure simpatiche ma certo piuttosto mortificanti caratteristiche Woody Allen le fa indossare a qualcuno d'altro: ad un attore inglese (perché tra gli americani, impossibile trovare un anti-eroe: ve li immaginate de Niro, Al Pacino, Tom Cruise nei panni di Lee Simon?), grande shakespeariano per giunta, Kenneth Branagh.

Non che le manie del personaggio non fossero in gran parte le sue da sempre, anzi. Per uno che gira sempre lo stesso film come Allen, il protagonista non può essere che sé stesso: con le sue eterne di contraddizioni di eroe imbranato all'interno della vita brillante nuovaiorchese, le inibizioni e frustrazioni in primis sessuali, le interrogazioni se non proprio sull'esistenza di Dio perlomeno a proposito della propria coscienza, il narcisismo ormai leggendario di un microcosmo che qualcuno potrà anche ritenere sfruttato all'infinito.

Il fatto è che CELEBRITY è un film particolare, strano, a tratti ripetitivo ed ineguale, quasi scontato; ma, a modo suo, miracolosamente nuovo e toccante nella carriera di Woody Allen. Una specie di ripensamento alla DOLCE VITA, vicino ad altre opere del regista (STARDUST MEMORIES, SEPTEMBER, OMBRE E NEBBIA, UN'ALTRA DONNA o all'ultimo, torturato HARRY A PEZZI) che avevano in comune il fatto di "disturbare". Perché erano volontariamente sprovviste di quelle caratteristiche che gli spettatori reclamano ai film dell'autore: non tanto la comicità, quanto la gradevolezza, l'amabilità.

CELEBRITY è allora un film di Woody Allen su Woody Allen; ma, senza Woody Allen. Il mimetismo con il quale Kenneth Branagh indossa il personaggio alleniano (più o meno voluto; rimane il fatto che quando Branagh ha chiesto al regista se dovesse indossare dei jeans, questi gli ha risposto: "faccia lei, io non me ne metto mai"...) permette al film, dopo un primo istante che può anche essere di fastidio, di assumere una piega tutta sua. Una piega che non avrebbe preso con quella carica di simpatia e di comprensione che la figura del comico si porta appresso da sempre nella nostra memoria collettiva: una simpatia che avrebbe fatto a pugni con l'amarezza, la tristezza ma pure il cinismo che caratterizza il protagonista di CELEBRITY mentre si destreggia in quella fiera sfavillante delle vanità. Lontani dalla presenza del piccoletto al quale siamo pronti a perdonare tutto, la vacuità di Branagh, l'isteria di Judie Davis, l'aggressività di Leonardo Di Caprio, la determinazione di Winona Ryder, la sensualità di Charlize Teron fino alla pacatezza di Joe Mantegna (tutti formidabili) conducono il film per una china diversa: verso uno smarrimento esistenziale (non a caso il film inizia, e si conclude con l'identica sequenza di un aereo che traccia nel cielo la scritta "Help") che introduce nel cinema del regista una dimensione inedita.

A sorprendere, nel film, non sono tanto i personaggi, le situazioni, le battute che abbiamo già visto rappresentati (e talvolta con maggior ispirazione); e nemmeno l'oggetto della critica, quell'universo dei media, della mondanità, del culto della celebrità che costituisce un bersaglio di una certa quale ovvietà. Ma la determinazione, il tono radicale, quasi rabbioso e disperato con il quale Allen guarda a quel mondo. Senza risparmiare nessuno, e men che meno sé stesso, "uno di quegli imbecilli che girano ancora in bianco e nero".

Ma tutta l'amarezza di un autore pur prolifico ed universalmente osannato come Allen non basterebbe a conferire al film quella dignità artistica che i suoi detrattori si affrettano a negare, in nome di una presunta ripetitività: piuttosto, la fattura del film. La sua costruzione polifonica (simile a quella di HANNAH E LE SUE SORELLE) che espone e riconduce i personaggi ed i temi con un'armonia ed una logica effettivamente musicale; la coralità di tutta una serie di lunghe sequenze (una su tutte, quella della tragicomica riunione fra gli ex-allievi), squisitamente organizzate negli interventi dei personaggi, il sovrapporsi dei dialoghi; il montaggio puntuale, che privilegia l'attore, inserendolo nel pieno situazione, evitando inutili introduzioni, cadute di ritmo; la puntualità, l'adeguatezza, l'armonica scansione con la quale i movimenti di macchina indagano nello spazio delle sequenze; la grazia, verrebbe da dire abituale, della fotografia di Sven Nikvist. Per un film "minore", direi che non è poi cosi male.


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