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BUFFALO '66 Film con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggio
  Stampa questa scheda Data della recensione: 31 marzo 2000
 
di Vincent Gallo, con V.G., Christina Ricci, Anjelica Huston, Ben Gazzara (Stati Uniti, 1998)
 
Vincent Gallo
Se Vincent Gallo era finora soltanto un attore un po' svitato e terribilmente perspicace nel scegliersi i datori di lavoro (QUEI BRAVI RAGAZZI di Scorsese, ARIZONA JUNIOR dei fratelli Coen, ARIZONA DREAMS di Kusturica, THE FUNERAL di Ferrara, NENETTE ET BONI di Claire Denis...), al suo primo film come regista è difficile negargli l'etichetta di cineasta dallo sguardo incredibilmente personale. Passi per la scelta del soggetto, che non poteva non riflettere la sua natura apparentemente strampalata: il 26 dicembre 1966, giorno della nascita di quel Billy Brown che vediamo uscire di prigione fra i fiocchi di neve intirizzito nel suo blusotto fuori stagione, lo squadra di football del Buffalo aveva ottenuto la prima ed unica vittoria della propria storia. Manco a farlo apposta, proprio quel giorno e per ragioni più che evidenti, la più fanatica delle tifose dei Buffalo nonché genitrice di Billy aveva perso l'occasione della propria vita. "Vorrei proprio non fosse mai nato", ripeterà l'incosciente (Anjelica Huston), quando il poverino andrà a trovarla assieme al suo lobotomizzato di marito (Ben Gazzara, imitatore di Sinatra in disoccupazione): trasportando cosi di peso la problematica dal campo sportivo a quello della maniaco depressione. Ma i personaggi del film hanno un peso, una forza trainante, un modo di occupare lo spazio che trascende l'etichetta di frustrati, pseudo - duri e bisognosi disperati d'affetto con la quale lo spettatore è tentato di liquidarli. Come quell'impossibile preadolescente, troppo bionda e truccata, azzurro - confetto nell'abitino da ballo che fatica a nasconderle la ciccia golosa (Christina Ricci, una presenza quasi statica, ma di una grazia memorabile): che il nostro imbranato prende bonalmente in ostaggio, obbligandola a recitare il ruolo della moglie, e della dispensatrice di attenzioni amorose da sempre negategli.

Questa attenzione agli attori non rappresenta ovviamente un fatto insolito per un rappresentante della categoria che passa dall'altra parte della cinepresa. Ma Vincent Gallo lo compie con l'energia disinvolta e l'umorismo poetico che sono agli antipodi dell'accademismo pachidermico che contraddistingue solitamente questo genere di situazione. All'interno di una sceneggiatura e dei dialoghi impeccabili (suoi, come pure la musica del film...) l'egocentrismo esasperato del protagonista e, perché no, dell'autore si esprime con un'energia che non è mai forzata: perché nasce da uno sguardo registico sorprendentemente vigile ed intenso, spontaneo quanto carico di umanità. A Gallo basta fare entrare due personaggi nella stanza risaputa di un motel, fare esitare la ragazzina sul bordo di letto mentre lui va in bagno, scostare la solita coperta non proprio impeccabile, riprendere dall'alto quella coppia che faticherà dolorosamente e teneramente ad incontrarsi. Oltre qualche vezzo giovanile di troppo (l'uso eccessivo dello split - screen che frammenta l'azione in vari riquadri dello schermo; la riflessione che intuiamo eccessiva a monte di certe sequenze) BUFFALO 66 avrebbe potuto essere soltanto sentimentale e buffone: è commosso e divertito, perché Vincent Gallo è quel nuovo regista del quale attendiamo con ansia il prossimo film.


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