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DONNE SULL'ORLO DI UNA CRISI DI NERVI
(MUJERES AL BORDE DE UN ATAQUE DE NERVIOS)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 19 novembre 1989
 
di Pedro Almodovar, con Carmen Maura, Juliet Serrano, Antonio Banderas, Rossy De Palma (Spagna, 1988)
 
Raccontare un film del nuovo enfant terrible di Spagna è quasi impossibile: poiché, ed è probabilmente il miglior complimento che si possa fare attualmente alla sua opera -per quanto incostante o eventualmente indisponente questa possa apparire- , il suo significato nasce essenzialmente da un approccio visivo .

Si è detto, di questa commedia a prima vista assurda sulle disgrazie di Pepa e delle sue amiche (ma sono poi veramente amiche, o amici travestiti ?) nei loro rapporti con maschi (?) del tutto inconsistenti, che Almodovar aveva annacquato la propria vena corrosiva e provocatrice per fare opera di franca comicità. Vero, e falso: poiché è proprio la parte "comica", quella piu' scopertamente spettacolare (l'ultimo terzo, con le gag che tendono a ripetersi, l'inseguimento banale verso l'aeroporto, il ritmo che si fa pesante, la farsa che si sostituisce alla satira) che scalda definitivamente la platea, ma che guasta quello che avrebbe potuto essere un piccolo capolavoro di originalità, di ritmo, d'invenzione.

Veri e falsi risultano anche i riferimenti che si sono voluti prestare al regista spagnolo. Si è parlato di Lubitsch o di Renoir, per il ritmo leggerissimo del suo montaggio, quel suo modo di far tornare i personaggi con cadenze cronometriche nelle medesime situazioni, nella medesima stanza come nelle commedie di boulevard. O di Jerry Lewis. O di Fassbinder: non solo per il ricorso ad una parte della società marginale ed eccentrica, ma soprattutto per quella facoltà di crearsi attorno una famiglia d'attori, un universo di maschere da riprendere -talvolta a contro impiego ma sempre per approdare ad un preciso universo poetico - di opera in opera.

Ma il cinema di Almodovar, come ha detto lui stesso, è quello di qualcuno che ama la vita; la sua sarabanda grottesca è tanto piu' divertita quanto piu feroce. L'universo di Fassbinder invece, si costruiva in un mondo con il quale egli aveva dei conti da regolare, in una lunga sofferenza che egli smaltiva nelle apparenze di una festa espressiva. Il grottesco di Almodovar -tipico di una tradizione barocca spagnola sembra quindi costruirsi su delle intenzioni sempre piu' chiare: tutta la prima metà di DONNE SULL'ORLO DI UNA CRISI DI NERVI ne è la prova evidente. E costituisce per gli occhi dello spettatore una vera e propria festa d'invenzioni.

L'esagerazione del tratto -un'esagerazione che ovviamente richiede un costante autocontrollo- è il denominatore comune che lega queste invenzioni. Per giungere al paradosso, egli agisce su ogni elemento espressivo a disposizione, amplificandolo. I tagli delle inquadrature, spesso dall'alto al basso, privilegiano le prospettive violente. I primissimi piani magnificano gli oggetti, quasi sempre eccentrici, "consumistici", memori della simbologia pop. Oppure i dettagli degli attori, un occhio, la bocca, un dettaglio delle acconciature. I colori sono vivissimi, egualmente saturi di riferimenti ad un trascorso estetico, che già li situa in precisi significati sociali e storici.

Così i comportamenti degli attori, ma già prima la loro scelta fisica (quella che si definisce in gergo il casting o, meglio il miscasting nel caso si voglia come qui scegliere a rovescio) sottolineano l'assurdo: un travestito, ad esempio, ingigantirà certi aspetti esteriori della femminilità, nella propria ansia mimetica. O l'uso dei suoni, delle musiche, violentemente romantiche, delle scenografie (pesantemente decorative, con la cartapesta ed i fiori finti a farla da padrone), delle illuminazioni.

L'uso del kitsch tradizionale, lo sfruttamento di ogni possibilità per trasformare il reale in derisorio, fa del cinema di Almodovar un'arte a rischio: quello di vedere tutto questo materiale sfuggirgli di mano. Se riesce a controllarlo, come nella prima, splendida parte di questo film, è per la sua scanzonata disinvoltura, per la sua dissacrante volontà critica. Per il senso innato, squisitamente moderno, di un'energia cinematografica ereditata dal linguaggio pubblicitario, del quale il regista fa uso abilissimo oltre esilarante. Lo specchio del cinema di Almodovar sarà insomma deformante. Ma non per questo (o proprio per questo) avulso dal nostro quotidiano. I suoi discorsi sono meno campati in aria di ciò che paiono a prima vista: proprio come la seduzione che nasce dal suo modo di filmare.


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