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AMICI MIEI, ATTO II Film con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggio
  Stampa questa scheda Data della recensione: 13 gennaio 1983
 
di Mario Monicelli, con Ugo Tognazzi, Gastone Moschin, Adolfo Celi, Philippe Noiret, Paolo Stoppa (Italia, 1982)
 
Di un "atto secondo" si tratta veramente. I personaggi, le situazioni i fini sono esattamente gli stessi dell' Amici miei che nel 1975 ottenne uno strepitoso successo di pubblico. Così strepitoso da far venire in Italia un gruppo di produttori americani, per indagare sul come il film di Monicelli avesse potuto battere, nelle classifica degli incassi, un best seller clamoroso come Lo squalo...

Anche le intenzioni, quindi, di questo secondo Amici miei sono le medesime. Soprassediamo a quelle, ovvie, di raggiungere altre vette in classifica. Ma la strada è quella che già spiegava il regista allora: "Gli scherzi, le farse di un gruppo di vitelloni invecchiati. Uomini ormai maturi, con famiglia e professione rispettabile, che rincorrono l'illusione d'essere ancora giovani e aitanti. L'attaccamento primordiale alla vita, la paura d'invecchiare, il desiderio di esorcizzare la morte, la fine delle illusioni, la malinconia esistenziale. "

La tragedia, insomma, e l'osservazione dell'uomo e della società sotto la patina dell'umorismo o la vernice, ancora più spessa, della farsa. Il segreto di un po' tutto il cinema comico, dai tempi di Chaplin e Keaton, e non solo quindi dei momenti migliori della commedia italiana. Momenti, ahimè, forse tramontati: non solo perché sono cambiati i tempi dell'Italia. Ma perché i vari Scola, Risi e Monicelli hanno raggiunto un'età, e l'apice di una carriera, dove non si ha più voglia di arrischiare. O la forza, e l'entusiasmo, per intraprendere nuovi cammini.

Amici miei, atto secondo, è quindi la copia di una delle opere più fortunate, se non grandi, di Monicelli: ma della copia ha tutte le caratteristiche, nel bene e nel male. Ed è forse egualmente divertente: Tognazzi, Noiret, Celi, Moschin Stoppa, come lo stesso Monicelli, sono uomini di spettacolo con alle spalle una carriera gloriosa. E conoscono ogni segreto per tenere in piedi ogni situazione di spettacolo, a cavallo fra la risata (o piuttosto il sorriso, non esageriamo), la lacrima o almeno la riflessione, moderata. Ma ha anche, il film, quel sapore non proprio appetitoso delle cose rimasticate. Un momento prima della conclusione di una gag saprete già cosa succederà, un istante prima della strizzatina d'occhio avrete già intuito a chi era destinata.

Monicelli ha scomodato, per i momenti più importanti del film, dei fatti grossi: l'alluvione di Firenze, con l'inserimento di spezzoni d'archivio. O il minacciato crollo della torre di Pisa, ennesima farsa dei nostri amici. Sono tra le cose meno riuscite, a riprova del fatto che a livello di sceneggiatura, di idee quindi, il film era nato ormai morto.

Vive, come detto, fra le pieghe del mestiere: l'andazzo di un attore, una battuta più fresca di un'altra, uno scorcio d'azione colto professionalmente dal regista. Accontentiamoci, in attesa di tempi migliori.


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