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1941 - ALLARME AD HOLLYWOOD
(1941)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 24 aprile 1980
 
di Steven Spielberg, con Dan Aykroyd, John Belushi, Rober Stack, Nancy Allen Toshiro Mifune (Stati Uniti, 1979)
 
Anche John Belushi tra i protagonisti del film di Spielberg
Spielberg, uno degli ormai ex- bambini prodigio del cinema americano (con Lucas, Scorsese de Palma, eccetera), stava segnalandosi come un maestro della descrizione di un male tutto nostro, l'inquietudine. Nel suo primo lungometraggio DUEL,mostrava un immenso autocarro che, senza ragione apparente, inseguiva per mezza America una piccola utilitaria tentando di distruggerla. Trasformando gli oggetti quotidiani che ci accompagnano sulle autostrade in segnali minacciosi sempre più irrazionali, egli diceva tutta l'angoscia di un mondo dominato sempre più dalla tecnologia. Ed era proprio distruggendo la propria macchina, alla fine, che il protagonista riusciva a sfuggire da quella minaccia apocalittica. Girato con pochi soldi, denotava una maestria ammirevole nell'uso del linguaggio cinematografico. Il suo successo permetteva a Spielberg di girare un'opera di grande impegno produttivo, LO SQUALO. Anche qui era proprio la mano sapiente del regista nel trasformare il quotidiano in fantastico la chiave della riuscita del film. Le cose più belle Spielberg le otteneva con i mezzi più semplici, in un genere che si segnala da sempre per lo spreco degli effetti. L'uso dell'acqua, per esempio, tipico elemento infido per l'uomo, con il quale il regista giocava per lunghi minuti, traendone ragioni di profondo malessere per lo spettatore,

Dopo LO SQUALO, sempre più in grande, ecco INCONTRI RAVVICINATI. Qui gli effetti speciali, tecnicamente perfetti, cominciano ad uccidere la vena e la fantasia di Spielberg. E non a caso, le cose più "strane" del film, quelle che giustificano il termine di fantascientifico, non sono nel finale con le astronavi costate milioni, ma nelle scene più semplici della prima parte, i giocattoli del bambino che si mettono in moto da soli, una porta che sbatte, una luce che filtra, tutte cose che si possono fare anche In super-otto.

Con 1941 Spielberg tocca il fondo di questa regressione dell'invenzione da mettere in rapporto con la progressione dei mezzi che gli sono messi a disposizione. La vicenda è nota: 1941 è l'anno di Pearl Harbor. Un sottomarino giapponese da operetta guidato da Toshiro Mifune, l'attore di Kurosawa, minaccia le coste della California. Hollywood reagisce da quel mondo fasullo che è, e cioè con il massimo del non senso. Mentre i giapponesi attaccano M, il generale in capo piange al cinema, durante la proiezione di DUMBO di Walt Disney.

Con uno stile Ispirato ai comics dell'assurdo americani (quelli che fanno capo alla rivista Mad), utilizzando dei modellini costati due anni di lavoro, Spielberg cerca di creare una specie di apocalisse dell'assurdo, basata sul montaggio frenetico, sulla gag folle, sull'effetto estremo da torte in faccia. Cosa cerca di dirci? probabilmente che la guerra ed i militari rappresentano il massimo della follia. (Un filone non proprio inedito nel cinema americano, da MASH di Altman a COMMA 22). Antimilitarismo quindi: da non confondersi con antinazionalismo. Poiché, infatti, in 1941 tutti coloro che non vestono l'uniforme sono tutt'altro che dei pacifisti.

Il risultato è magro, e molto, considerata la dismisura dei mezzi e delle ambizioni. Si ride poco, si pensa ancora meno. E si cade persino nella volgarità. Certo, in tanta disgrazia di Dio, qualche sprazzo di genio rimane. L'originalità dell'assunto, poiché il burlesco non è certamente un genere in auge. L'arguzia di qualche riferimento cinefilo. E una splendida sequenza, quella del ballo di boogie-woogie che termina in una rissa, che ci ricorda di cosa sono capaci i cineasti americani quando si mettono a coniugare musica e cinema.


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