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CALORE
(HEAT)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 5 aprile 1974
 
di Paul Morrissey, con Joe Dallesandro, Sylvia Miles, Andrea Feldman, Pat Ast (Stati Uniti, 1971)
Terzo film (1971), dopo FLESH e TRASH, di Paul Morrisey; nel quale Andy Warhol, il celebre santone dell'underground americano, è solo produttore, e non regista come spesso è segnalato per evidenti ragioni commerciali. Dello stesso anno è L'AMORE, girato di Morrisey con Warhol come co-regista.

Chiarito tutto ciò, e superata quella diffidenza forse ingiustificata che questi personaggi-artisti alla moda impongono, non si può negare che questo affresco del mondo hollywoodiano (ma lo si potrebbe estendere a tutto un mondo contemporaneo che aspiri angosciosamente a qualsiasi riuscita materiale) possegga una notevole forza tragica. Il tema non è molto dissimile da quello del celebre SUNSET BOULEVARD di Wilder (celebre in particolare per le apparizioni di Gloria Swanson e di Stronheim) anche se lo stile, evidentemente, è tutt'altro.

Sulla stessa attrice avviata al tramonto, e su un'umanità simile, ferocemente rassegnata ad una inutile rincorsa al successo, Morrissey spazia il proprio cinema-verità. Uno stile che sembra quasi improvvisato e forse lo è, fatto di noncuranza per le regole tradizionali della sintassi cinematografica, di inquadrature che paiono buttate là, su due gambe che entrano in un piano medio, su una figura che esce dallo stesso piano ripresa soltanto dalle spalle in giù. Uno stile che da questa, istintiva o voluta che sia, noncuranza e improvvisazione, ricava una sua verginità, una sua verità.

Nelle immagini di Morrissey c'è una disperazione, una volontà di autodistruzione, che è la stessa di quella dei personaggi che dipinge. La scelta dei personaggi, l'ambientazione è implacabile: si pensi all'agghiacciante pensione degli attori falliti, alla presenza della piscina attorno alla quale gli attori passano le giornate in attesa della chiamata del produttore che non verrà mai, simbolo di una ascesa sociale provvisoria e futile. Un microcosmo tragico, una discesa nell'inferno di un aspetto della nostra epoca che è ben più vasto dell'universo, da noi ritenuto limitato ed eccessivo, cinematografico. Al centro dell'inferno di Morrissey c'è naturalmente il sesso. Ma non certamente quel sesso che rincorrono gli spettatori delle sale di "blue movies", ai quali si proietta, ambiguamente, HEAT.

Il sesso di Joe Dallessandro, l'inimitabile protagonista delle opere di Morrissey e di Warhol, così come quello degli altri personaggi del film, rappresenta il punto più profondo dell'abisso. Atto puramente meccanico, privato per questa sua distaccata meccanica anche di qualsiasi oscenità (non parliamo nemmeno di erotismo), esso è visto dal regista come il momento culminante non di un'emozione, ma di una disperazione crepuscolare. Morrissey è il pittore di una umanità alla deriva: se brutale, compiaciuto, accorato o distaccato non è facile dire. Certo è che in quella terrificante indifferenza si specchia la desolata rassegnazione di una società dalle dimensioni ben più vaste di quella descritta dal regista. Ed è nell'universalità della visione, oltre che per una sorta di purezza dello sguardo con la quale Morrissey esce dall'inferno, che stanno le ragioni del fascino indubbio, insolito e inquietante del film.


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