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AGUIRRE, COLLERA DI DIO, KASPAR HAUSER, CUORE DI VETRO, LA BALLATA DI STROSZEK
  Stampa questa scheda Data della recensione: 11 gennaio 1979
 
di Werner Herzog (Germania, 1971)
 

Riproposti cronologicamente (1971-1977) gli ultimi quattro film del regista tedesco Werner Herzog compongono uno dei quadri più affascinanti tra quelli offerti dal cinema contemporaneo. Con una coerenza impeccabile i temi fondamentali dell'opera del giovane regista si spiegano davanti ai nostri occhi, primo fra tutti quello che lo segna in modo inconfondibile: la lunga, fremente fuga dalla realtà.

Il cinema di Herzog parte da una osservazione scrupolosamente esatta della materia. Gli avventurieri di Aguirre che partono alla ricerca del mitico Eldorado, la Germania ottocentesca di Kaspar Hauser e di Cuore di vetro, l'America delle autostrade degli anni Settanta sono delle realtà ben concrete, che il regista ricostruisce inizialmente con l'attenzione di un naturalista. Il fascino del suo cinema risiede nel cammino opposto, che nasce a quel momento : la fuga, la trasfigurazione della realtà. Per sfociare nel fantastico, nella visione estatica. I film di Herzog iniziano tutti con delle immagini immobili, inquadrate nel tempo, esemplari, come quella celebre e incredibilmente seducente della lunga fila di formiche, la spedizione di Aguirre, che, scende il sentìero impervio nel paesaggio andino.

Ben radicati; nella terra, nel dato di fatto inequivocabile, le opere di Herzog si lasciano progressivamente invadere dal dubbio, dallo scacco, dalla debolezza umana. E terminano in un vortice astratto, con la cinepresa che rotea impazzita, attorno alla zattera di Aguirre ormai preda della propria follìa. O con la seggiovia che gira senza senso, così come le luci delle auto della polizia, al termine di Stroszek. In questa ascesa verso il fantastico, in questa proiezione verso il sogno, l'uomo trova le proprie aspirazioni, ma anche la propria follia e perdizione. Perché il protagonista di tutti i film di Herzog è il fanciullo, buono, fiducioso. E' Aguirre che parte pieno di illusioni alla ricerca dell'oro, è Kaspar Hauser che viene abbandonato allo stato selvaggio, è Stroszek che esce di prigione. Tutti costoro vanno incontro, fiduciosi, a quello che la civiltà offre loro. E da questo incontro, invocato con fede commovente, ne escono annientati.

Le regole del vivere civile, la morale, la scienza, la filosofia, la cultura, la religione non innalzano i protagonisti di Herzog, ma lo rigettano da quelle tenebre dalle quali proveniva. In un mondo corrotto e degenerato non vi è speranza per l'uomo di buona volontà. In questa sua tematica, Herzog si proietta con lo splendore espressivo che ne fa uno dei grandi poeti visionari del cinema di oggi: il neonato che si aggrappa freneticamente, con sconfinata fiducia, alla mano che il medico gli porge in Stroszek. I naviganti che s'avviano, in una assurda ma anche commovente sfida alle regole divine, ad attraversare l'oceano con una barca a remi, in Cuore di vetro. L'uomo in nero, che sospinge Kaspar Hauser nel villaggio bavarese. E che ritorna alla fine per pugnalarlo, incomprensibilmente.

Mai come in Herzog il cinema ci aveva fatto sentire la fragilità delle ambizioni dell'uomo, dei valori sui quali la sua storia si è costruita. E, allo stesso tempo, resi sensibili dell'assurdità, ma anche del fascino poetico, di quella spirale chiamata destino. Kaspar Hauser è, fino ad oggi, l'opera nella quale Herzog ha saputo condensare questi temi con la trasparenza e la logica di una pietra preziosa, ed è facile indicarlo come il suo capolavoro esemplare. Ma per l'originalità delle atmosfere, per il delirio che riesce a tradurre, Aguirre è un film indimenticabile e sconvolgente. Cuore di vetro, ricerca esoterica della formula dell'impossibile bellezza, è delle quattro l'opera che meno ci convince: nella quale le intuizioni geniali si accostano a certe oscurità del discorso che rasentano il compiacimento. Stroszek vale assai di più di quanto abbia detto qualche critico frettoloso: primo film di Herzog in ambiente contemporaneo, sviluppo dei temi dell'autore con la stessa coerenza di pensiero, la medesima struggente poesia delle opere precedenti.  


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