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CANE DI PAGLIA
(STRAW DOG)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 6 ottobre 1983
 
di Sam Peckinpah, con Dustin Hoffman, Susan George (Stati Uniti, 1971)
 
Un classico della violenza: in un villaggio della Cornovaglia un mite scienziato americano, e la moglie sexy che semina l'eccitazione tra i frequentatori delle taverne, subiscono gli assalti dei forsennati. Ma il mingherlino si trasforma in giustiziere. A dodici anni di distanza il film di Peckinpah mantiene la sua enorme carica di violenza, di erotismo, di provocazione.

Straw dog è un film sapiente, su questo non vi è dubbio. A parte qualche tentazione nello straripare negli effetti più plateali, è proprio la regia a scandire il crescendo di tensione che sfocia nella "liberazione" finale: l'uomo sapiens restituito al suo ruolo primitivo di selvaggio ritrova, con l'uso della forza, il senso della giustizia e della verità.

Dodici anni non hanno cancellato l'interesse di questo studio sulla violenza, ma nemmeno la sua ambiguità. Tutti i luoghi comuni dell'ideologia reazionaria sono elencati nel film: la donna è violentata, ma prima ha provocato il maschio. Lo stupro è preceduto da sberle inimmaginabili, ma poi lei finisce col provare piacere. E quando si tratterà di difendere una causa nobile, la giustizia che spetta al mentecatto minacciato dal linciaggio, Dustin Hoffman si trasformerà in superuomo.

Il cinema non è fatto di discorsi, e il fascismo di cANE DI PAGLIA non lo si riconosce raccontando la trama. Il cinema sta tutto nella qualità di uno sguardo. E quello che Peckinpah pone sulla sequenza (interminabile, brillantissima) dello stupro è eloquente: la macchina da presa del regista partecipa allo stupro. Il potere della forza è quello della cinepresa, il piacere, la voluttà del possesso sono gli stessi del piacere, della voluttà della macchina da presa. Tutto ciò concorre a quel processo di liberazione che significa il film. Ma anche i fantasmi, proprio come lo sguardo cinematografico, hanno una loro qualità.


   Il film in Internet (Google)

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