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CINQUE PEZZI FACILI
(FIVE EASY PIECES)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 2 gennaio 1972
 
di Bob Rafelson, con Jack Nicholson, Karen Black, Susan Anspach (Stati Uniti, 1970)
 
(Pubblicato all'origine su AZIONE del 2 gennaio 1972)

Sulla strada di EASY RIDER il cinema americano ritrova quella semplicità, quella spontaneità, quella verità che cineasti di altri paesi sembrano avere perduta. La patria dell'artificio stesso, Hollywood, è alla ricerca di un tono genuino, diretto, che anni di mestiere (anche mirabile), di "Actor Studio" di razionalizzazione artistica, avevano smarrito, o almeno modificato.

Meno crudo di EASY RIDER, meno accusatore, meno puro forse, FIVE EASY PIECES è pregno però di una grazia accattivante, di una duttilità nel disegno delle atmosfere, di una sottile emozione che erano assenti nel primo. Se EASY RIDER era un viaggio attraverso l'America, non solo geograficamente, ma attraverso la sua violenza, la sua incongruenza, l'ebbrezza di un mondo in crudele mutazione, CINQUE PEZZI FACILI è il viaggio di un individuo in questo mondo. E l'arte di Rafelson sta nel farci sentire la mutevolezza di questo mondo, i limiti e la bellezza dei due poli di attrazione attorno ai quali si dimensiona la vicenda di Jack Nicholson. Al contrario di Peter Fonda, che in EASY RIDER acquista progressivamente coscienza della propria posizione nei confronti dell'America che gli sfila sotto gli occhi, che dalla propria crisi trae la forza e la ragione d'essere di una presa di posizione, il personaggio, e forse anche l'autore di CINQUE PEZZI FACILI sono vittime di quella stessa crisi.

L'emozione del film nasce dal sentimento di questa sconfitta, di questa debolezza. I due mondi del film, quello della realtà quotidiana, della ragazza sciocca, delle autostrade e dei pozzi petroliferi, e l'altro della perfezione ovattata della villa, dell'ascetismo aristocratico, della ragazza dalla bellezza eterea, non sono contrapposti né polemicamente, né esistenzialmente. Ci vengono solo mostrati come le due facce della personalità del protagonista, con i loro vantaggi (la verità della vita reale la perfezione dell'arte) ed dei loro limiti (la degenerazione, la volgarità da una parte, la futilità, l'estetismo l'astrattismo dall'altra). Nicholson è bravissimo nel mostrarci la sua incertezza, la sua volubilità, l'impossibilità di una scelta, anche nel finale quando cambia strada, ma per intraprenderne un'altra altrettanto indefinita.

Nella scelta accuratissima dei personaggi fisici, di una verità esemplare, nell'arte di avvicinarsi alle situazioni con uno sguardo semplice e disincatato, di descrivere ambienti ed atmosfere apposte e disparate con una sensibilità di annotazioni a tratti raffinata, Rafelson è perlomeno una rivelazione. Rimane il dubbio, in certe parti del film, di una certa tentazione romantica, di un approccio eccessivamente emotivo ad un tema pur sempre drammatico, attuale "politico" come quella della crisi dell'individuo nella società contemporanea, che arrischia forse di far apparire il film a qualcuno come un un prodotto decadente rispetto a EASY RIDER. Ma la violenza di quello valgono la grazia sensibile di questo; poiché medesima è la solitudine dell' individuo.


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