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PAURA IN PALCOSCENICO
(STAGE FRIGHT)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 15 febbraio 1979
 
di Alfred Hitchcock, con Marlene Dietrich, Jane Wyman, Michael Wilding, Richard Todd (Stati Uniti, 1950)
 

Girato in Inghilterra nel 1950 (ma l'autore si era ormai stabilito negli Stati Uniti dalla fine della guerra), posto cronologicamente tra due capolavori, Under Capricorn e Strangers on a train, Stage Fright (Paura in palcoscenico) non è considerato uno dei grandi film di Hitchcock. Il soggetto del film è un intrigo poliziesco del tutto banale, che inizia con un flash-back: Richard Todd racconta ad una giovane (Jane Wyman), di aver aiutato la donna che ama (Marlene Dietrich) a togliersi dai guai, dopo che questa ha assassinato il proprio marito. Ma, che così facendo si è messo a sua volta nei pasticci con la polizia.

Le due donne appartengono al mondo del teatro: la mitica Marlène impersona, con un'autoironia deliziosa, il ruolo di una celebre attrice di teatro. Jane Wyman, che si improvviserà investigatrice, è invece una giovane frequentatrice di una scuola di recitazione. Hitchcock dice di esser stato sedotto, quando gli mostrarono il soggetto, dalla possibilità di girare qualcosa sul mondo del palcoscenico. Due attrici, la finzione del teatro che diventa realtà, la duplicità dei significati, della verità. Ma Hitchcock, (caso unico nella sua carriera fatta di precisione inesorabile) ha forse commesso uno sbaglio, all'inizio di Stage Fright.

Egli ci illustra infatti in flash-back il racconto di Todd a Wyman: la Dietrich ha ucciso il marito, poi è venuta da Todd a chiedergli di aiutarla; e lui è ritornato sui luoghi del crimine per sopprimere una prova. Ma, al termine del film, noi apprenderemo che Todd ha mentito a tutti, ed è quindi il colpevole. Ecco quindi che il regista ha mentito nel suo flash-back. Facendo credere allo spettatore che Todd fosse innocente. E' una regola ritenuta inderogabile nell'etica del linguaggio cinematografico: in un flashback non si può mentire. Poiché è l'illustrazione del passato, creato illusoriamente dall'autore; autore che «sa» qual’è la verità. E che quindi gode della totale fiducia dello spettatore. Inconsciamente, lo spettatore cinematografico non dubita della verità di un flashback. Di conseguenza, un regista non può ingannarlo; pena la perdita di credibilità di tutto il suo lavoro.

Hitchcock, in seguito, ha riconosciuto il proprio errore. Ma c'è stato anche chi ha giustificato la cosa: è vero che lo spettatore è tratto in inganno nel celebre flashback. Ma soltanto dal dialogo, dal racconto del protagonista, dalla descrizione "parlata" della faccenda. Le immagini che accompagnano il racconto non mentono mai. E' soltanto il commento che, ambiguamente, ne modifica il significato nella percezione dello spettatore.

Se non tutto funziona alla perfezione nel film dal punto di vista della meccanica del suspense (anche perché, come spiega Hitchcock stesso, nessun personaggio si trova veramente in pericolo, cosa indispensabile), Stage Fright è un piccolo gioiello, che si rivede a trent'anni di distanza con un piacere straordinario. Più commedia nella tradizione inglese che thrilling, il film si costruisce con un'abilità, una finezza, un humour portentosi. Le situazioni, più paradossali che drammatiche, si creano e si sciolgono con una fluidità magica. Personaggi tipici della commedia inglese, interpretati magistralmente da alcuni attori di quella scuola, si incontrano con le atmosfere ambigue tipiche di Hitchcock, ottenendo dei risultati di una godibilità impareggiabile. Come una tela che l'autore progressivamente tesse davanti ai nostri occhi, le situazioni del film, più che in un vero e proprio racconto continuo, si compongono con la grazia e la logica che soltanto sono dell'arte. E, come se non bastasse, in premio finale avrete la grande Marlene. Che si rifà il verso, canta e recita. O, ancor più semplicemente, si muove.


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