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MONSIEUR VERDOUX
(MONSIEUR VERDOUX)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 11 marzo 1976
 
di Charles S. Chaplin, con Charles S. Chaplin, Martha Raye, Isobel Elsom, Marilyn Nash, Irving Bacon (Stati Uniti, 1947)
 
In nessun altro caso della storia del cinema, l'opera è indissociabile dall'uomo come in quello di Chaplin. Perché il suo cinema è basato sull'attore, sviluppato essenzialmente in funzione di questo. E perché le motivazioni ideologiche sono così evidentemente personali, da richiamare continuamente alla mente la personalità forte e discussa dell'autore.

“Monsieur Verdoux” è per questa ragione un film contraddittorio: si può facilmente vedere in esso un capolavoro (come ha fatto tutta la scuola critica di Bazin negli anni cinquanta) o altrettanto facilmente riscontrare delle pecche che ne indebolismo valore.

MONSIEUR VERDOUX (1947) rappresenta il passaggio dalla maschera di Charlot, che era ancora presente nel precedente IL DITTATORE a quelli di Chaplin in persona, che dal seguente LUCI DELLA RIBALTA sostituirà defintivamente il personaggio più celebre del cinema. Per la logica perfetta con la quale questo cambiamento si compie, si può dire senz'altro cheMONSIEUR VERDOUX, film maledetto per eccellenza, boicottato negli Stati Uniti dove stava nascendo la caccia alle streghe, frainteso da pubblico e critica, sia il più grande (e forse l'ultimo dei grandi) film di Chaplin, dopo l'abbandono del personaggio di Charlot.

Da TEMPI MODERNI (1936) a IL DITTATORE, che usciva nel 1940, Chaplin si era progressivamente sempre più impegnato di persona nei confronti del dramma storico che si stava compiendo: e quel film terminava con il celebre discorso del dittatore Hynkel, grande esempio di “cinema verità”.

MONSIEUR VERDOUX s'iscrive in questa ottica. Il Barbablù-Landru che elimina le proprie innumerevoli mogli per procacciarsi dei soldi è il prodotto della società che esce dal dramma nazista. Verdoux, individualmente, porta innanzi il medesimo discorso della società che lo condannerà: uccide per profitto. A livello dell'individuo questo è chiamato assassinio; a livello di massa, e per l'avallo dei fabbricanti di cannoni, eroismo.

Per la sua lucidità, il suo coraggio (un discorso del genere, negli Stati Uniti nel 1947 non era da tutti: e le conseguenze nei confronti di Chaplin si videro infatti…), la sua logica, il film è un capolavoro: e giustamente si vide in esso uno dei massimi esempi di cinema brechtiano, uno dei pochi casi, anzi, nei quali un autore di cinema riusciva a sposare i principi teatrali di Brecht.

E' infatti per un processo di allontanamento, di distanziazione tra lo spettatore e lo spettacolo (tipiche delle concezioni brechtiane), che si assiste alla proiezione di Verdoux riesce a volgere uno sguardo critico sulla vicenda. L'arte di Chaplin sta nel non denunciare la società con i consueti parametri morali o sentimentali: ma di svelarne i metodi. La logica della società, che alla fine condanna l'assassino, lungi da giustificarla o da assolverla si rivolta contro la società medesima, svelandone l'ipocrisia e la degenerazione.

E' la freddezza con la quale Chaplin ha condotto questo processo a nobilitare il film; ed il suo celebre finale, nel quale Verdoux, prima di salire al patibolo, riappare per un istante per quello che era, Charlot. Tutto questo vale assai più del pistolotto finale, ripreso in tono minore da quello de IL DITTATORE. Oltre a questo, al film si rimprovera anche un certo schematismo, una frattura fra la prima parte, nella quale Verdoux ci è mostrato come un cinico e divertito assassino, e la seconda, dove Chaplin non rinuncia ad alcun mezzo pur di farci cambiar idea sul personaggio, in definitiva non poco inverosimile. Come succederà ancor più nelle opere seguenti, all'artista Chaplin è facile trovare delle pecche: ma è alla dignità dell'uomo che s'intravede dietro alle immagini, che è impossibile non rendere omaggio.


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