3718 recensioni a vostra disposizione!
   
 
 

KEN PARK
(KEN PARK)
Film con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggio
  Stampa questa scheda Data della recensione: 20 aprile 2004
 
di Larry Clark, con James Ransone, Tiffany Limos, Wade Andrew Williams, Amanda Plummer (Stati Uniti, 2003)
 
Il ragazzino dai capelli rossi (si chiama Ken Park, come il film, ma lo sapremo solo in seguito e non lo rivedremo che alla fine) è uno di quelli che devono portarsi anche a letto il monopattino. Con quale ardimentosa maestria lo vediamo infatti destreggiarsi per i marciapiedi di Visalia, cittadina di provincia californiana; mentre si appresta a raggiungere una di quelle piste di cemento ondulato destinate alle diaboliche acrobazie degli appassionati di skate-board. E' una giornata di splendido sole, proprio quella giusta perché un direttore della fotografia come Ed Lachman (quello delle meraviglie di LONTANO DAL PARADISO di Haynes o di VIRGIN SUICIDIES di Sofia Coppola) si diletti alle riprese in controluce delle spericolate giravolte di tutta quella gioia di vivere. Solo che, il ragazzino dai capelli rossi non si butta nella giostra dei suoi coetanei; si limita a sedersi sui bordi della pista, fruga nella sua saccoccia, ne trae una pistola, e si spara un colpo in testa.

L'avrete compreso, la sequenza iniziale dell'ultimo film dell'autore a sensazione di KIDS (1995) e BULLY è una di quelle che non si dimenticano. Perché, in una succinta, ma poeticamente folgorante proiezione espressiva riesce a compiere una delle prodezze per le quali amiamo il cinema: condensare, con l'energia che l'immagine riesce ad imprime nei nostri circuiti cerebrali, tutto il significato di un film. Della dissertazione che seguirà; e che dissertazione.

Larry Clark, ex fotografo pure lui, è in fatti qualcuno non è uso scusarsi per il disturbo. Erede della contro cultura underground, ma non soltanto in quanto illustratore (di una durezza esplicita, tipica delle arti plastiche alle quali si è nutrito) delle trasgressioni che sappiamo, sesso, droga e compagnia. Ma per un modo tutto suo di non fermarsi laddove gli altri si arrestano; e si arrendono. Continuare a filmare: in una provocazione che, paradossalmente, non si trasforma in volgare voyeurismo. Ma in una cronaca attenta dell'intimità (della famiglia, dell'adolescenza, della sessualità, dell'incomunicabilità e dell'imbecillità) che sfocia, paradossalmente, in una sorta di pudore e di innocenza.

Ken Park non lo vedremo più fino al termine della pellicola: ma qualcosa di più avremo capito di quel suo gesto crudele. Anche perché è l'ovvia risposta alla domanda che gli pone la sua amichetta: " Ma tu, non sei felice che tua madre ti abbia messo al mondo? " Per rispondere all'interrogativo il film si sarà nel frattempo organizzato su quattro montaggi paralleli. Uno per ognuno dei quattro tragicomici conflitti relazionali (non chiamiamoli educativi) che rifletteranno e, forse, spiegheranno l'aria precocemente imbronciata del ragazzino dallo skate-board. Ritratti di adolescenti. Da Tate, che martirizza la nonna dalle asfissianti premure; e pratica l'autoerotismo all'audio televisivo con i rantoli delle tenniste. A Shawn, che risolve i nodi edipici nei quali si attorciglia il film fungendo da servizievole amante alla mamma; anche se è quella della sua fidanzatina. A Claude, che dall'incesto di un padre abbruttito dalle lattine di birra e gli show televisivi deve difendersi per davvero. Alla disinibita Peaches che, con un fiore tra i capelli come le creature polinesiane di Gauguin, condurrà all'evasione di un triangolo amoroso più ottimistico che erotico i suoi coetanei.

KEN PARK è un film dall'apparenza dura, che a qualcuno potrà apparire esplicito fino ai confini del compiacimento. Ma basterà osservare il rigore della composizione formale (così "diversa", e quindi "vera" rispetto alle camere a spalla, alle fotografie sgranate di uno stile eventualmente trash), l'onesta intimità della direzione degli attori, ed in particolare dei giovani non professionisti, per rendersi conto che ciò che anima Larry Clark e Ed Lachman è uno sguardo esigente ed umano all'interno di una cornice di degradata . E non il contrario.

Genitori o figli, potrà piacerci o meno vederci riflettere in uno specchio come quello di KEN PARK. Rimane il fatto che, assieme a quello di ELEPHANT di Gus Van Sant, questo è uno dei pochi che ci ricordi quelle sfide e quei desideri di ricerca che hanno sempre distinto il cinema americano che rimane da quello che si consuma.


   Il film in Internet (Google)

Per informazioni o commenti: info@films*TOGLIEREQUESTO*elezione.ch

 
 
Elenco in ordine


Ricerca






capolavoro


da vedere assolutamente


da vedere


da vedere eventualmente


da evitare

© Copyright Fabio Fumagalli 2021