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KARLA E KRISTINA (GLI EMIGRANTI)
(UTVANDRAMA)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 9 gennaio 1975
 
di Jan Troell, con Max von Sydow, Liv Ullmann, Eddie Axber (Svezia, 1971)
Jan Troell, assieme a Bo Widerberg con il quale ha più volte collaborato, è certamente il grande cineasta nordico dell'era post-bergmaniana. E non stupisce che il grande regista abbia detto dei film di Troell: "Appartengono alle grandi scoperte cinematografiche della mia vita. Questo affresco mi ha lasciato senza parole, malgrado il fatto che fare del cinema sia il mio mestiere".

Più che a Bergman, KARL E KRISTINA fa pensare ad un cinema ormai scomparso, a quei grandi pittori dell'uomo, della terra e dei rapporti che li fondono come Dovzehnko o Donskoi, come Griffith o John Ford. Ad un cinema fondato su una grande semplicità, una ispirazione diretta e continua, una scelta classica delle espressioni che sfocia in una visione di valori eterni ed immutabili sulla condizione umana. Tratta da un celebre romanzo dello scrittore svedese Wihelm Moberg, GLI EMIGRANTI, prima parte di un dittico che sarà seguita da L'ALTRA TERRA nel 1972, questa vicenda, così simile a tante altre, di un gruppo di individui costretti a lasciare una terra ed una condizione di vita ostile per ritrovarne un'altra, dove gli stessi problemi sembrano riproporsi (in questo caso la splendida ma avara campagna svedese per la fiorente terra americana del diciannovesimo secolo) ha il grande merito di non assumere gli aspetti tradizionali del romanzo migratorio epico. Con il relativo strascico di facili moralismi e sentimentalismi, con le conclusioni affrettate su di una felicità ritrovata, al termine di una lunga rincorsa al benessere ed dalla riuscita.

Per l'estrema, misurata lentezza del ritmo, il periodico ripetersi delle situazioni, la partecipazione intesa come mai della natura, il carattere classicamente ispirato della regia (in tutti i suoi aspetti: della scelta delle inquadrature alla direzione degli attori), UTVANDRAMA è invece una riflessione estremamente semplice, dignitosa e vera sulla povertà. Alla quale concorre, Troell è molto chiaro pur nell'estrema stringatezza del suo discorso, non soltanto la ingratitudine della natura, che crea e distrugge, volta a volta, sull'arco delle stagioni stupendamente dipinte. Ma l'ingiustizia sociale, il feudalesimo imperante: che è quello delle differenze di classe, ma anche quello del ricatto divino, così ben sottolineato dal regista, che toglie all'individuo la possibilità di riscatto.

Non c'è la felicità in fondo al lungo cammino degli emigranti, il facile traguardo regalato allo spettatore al termine delle tribolazioni. La fine del film è in effetti un ricominciamento: ed è in questo ritorno ciclico ed immutabile delle situazioni, oltre che nel carattere maestoso della visione, che il significato del film assume tutta la sua profondità e la sua estrema dignità.


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