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A HISTORY OF VIOLENCE
(A HISTORY OF VIOLENCE)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 25 gennaio 2006
 
di David Cronenberg, con Viggo Mortensen, Maria Bello, William Hurt, Ed Harris (Canada, 2005)
 
Riapparizione folgorante, stavolta con i piedi terribilmente su terra, di uno dei grandi del cinema americano moderno. Perso, certo alla sua maniera sempre sublime, nell'astrazione della ragnatela mentale di SPIDER; proprio lui, vicino come nessun altro alla materialità, alla fisicità degli oggetti come degli individui. Lo dice il titolo, per la prima volta David Cronenberg si confronta non soltanto con le turbe degli individui, con i rapporti inquietanti che condizionano il corpo al cervello, la carne allo spirito: ma con uno dei grandi temi non solo dell'America dell'autodifesa e del porto delle armi, ma di tutta la storia dell'umanità. Gira un film lineare, di una normale mostruosità quotidiana, apparentemente di genere, classico pur nel suo mosaico di sequenze straordinarie: ed in questa sua ritrovata linearità A HISTORY OF VIOLENCE si impone a noi come un capolavoro della maturità dai significati finalmente universali.

Intendiamoci, il regista de GLI INSEPARABILI non può farlo, e fortunatamente, che a modo suo: straniando le apparenze, modificando sotto i nostri occhi quella famiglia cosi sospettosamente perfetta, papà Viggo Mortensen (quello del SIGNORE DEGLI ANELLI) cosi comprensivo dietro il bancone del ritrovo al centro dell'esemplare cittadina del Midwest. E poi mamma Maria Bello (quasi una nuova Faye Dunaway) che s'inventa non solo minigonne per tener desto il desiderio che era dei primi incontri, il figlio che a scuola reagisce ragionando spiritosamente alle provocazioni dei beceri, la figliola identica alla pubblicità dei popcorn. Una tranquilla normalità, che ricorda quella dei celebri prologhi all'acqua di rose di Hitchcock: e che puntualmente stravolge nella sequenza-chiave del film. L'americano tranquillo con tutto il suo bagaglio trasmessogli dal Sogno nazionale vede sbarcare due ceffi patibolari (straordinario Ed Harris; che ci rimanderà al suo boss altrettanto impagabile, William Hurt) che lo spettatore non poteva non aver adocchiato fin dall'inizio. Com'è più che giusto da parte di ogni cittadino che si rispetti, papà-modello al quale ci siamo ormai totalmente identificati sfodera allora il solito arsenale di autodifesa; soltanto, con una perizia un attimo inquietante. Immediatamente seguito da papà-fisicità Cronenberg: che ne approfitta per rompere quel poco che restava dell'incanto iniziale in un flash terrificante sulle mascelle scarnificate dei pur odiosi killer. Sorprendentemente, mirabilmente l'eleganza classica, l'armonia rassicurante della visione precipita nell'inquietudine degli interrogativi cronenberghiani. Nella duplicità di un'estetica che traduce la schizofrenia di un personaggio e dei significati morali legati alle apparenze. Tutto, molto più fra le righe di quanto appaia qui tradotto sulla carta: anche perché c'è il fumetto di John Wagner a garantire humour nero a volontà. Ma intanto nello spettatore è ormai cresciuto il sospetto sul quale il film si è costruito: staremo solo assistendo al nobile quesito sulla quantità di violenza utilizzabile a difesa della propria dignità, famiglia e affetti?

In un finale altrettanto sorprendente e tutto da discutere Cronenberg si risolve attorno al mai abbastanza lodato focolare domestico: se pericolosamente possibilista oppure ironicamente accusatorio è tutto da vedere. Come tutti i film nati dall'intelligenza e dalla creatività HISTORY OF VIOLENCE lascia che questa riflessione, miracolosamente calibrata, sulla parte di violenza che l'individuo ha represso in sè si prolunghi nella coscienza di ogni spettatore.


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