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A CENA CON IL DIAVOLO
(LE SOUPER)
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  Stampa questa scheda Data della recensione: 4 aprile 1993
 
di Edouard Molinaro, con Claude Rich, Claude Brasseur (Francia, 1992)

Nella notte del 6 luglio 1815 mentre Napoleone, sconfitto a Waterloo, è in fuga, le truppe inglesi, prussiane e russe occupano Parigi. Il popolo invade la strade, Talleyrand rientra di nascosto nel proprio palazzo: per incontrarvi, nel corso di una cena sopraffina che dà il titolo al film, un altro uomo politico, altrettanto compromesso di lui agli occhi di Luigi XVIII, Fouché, il regicida...

Non si tratta di una cenetta improvvisata fra due amici: ma del fatto che ambedue hanno bisogno dell'altro, di un'alleanza per sopravvivere, per conservare il loro immenso potere nella nuova Francia che sta nascendo.

La pièce di Jean-Claude Brisville, dalla quale l'esperto quanto piuttosto anonimo Edouard Molinaro ha tratto il film fa parte di un genere che imperversa da una ventina d'anni sulle scene parigini: i cosidetti "dialoghi degli uomini illustri". Delle ricreazioni - reali o presunte, poco importa - di questi incontri storico-letterari che hanno marcato la "grandeur" francese: e che deliziano gli spettatori transalpini addirittura dai tempi, si dice, di Diderot.

Fare le parte fra l'autentico e l'inventato di quell'incontro fra i due mostri sacri non ha molto importanza, ed è comunque impossibile. Claude Rich (Talleyrand) e Claude Brasseur (Fouché) possono quindi abbandonarsi al loro grande temperamento d'attori: poiché il confronto è quello eterno, fuori da ogni preciso contesto strorico, fra l'aristocratico ed il plebeo. Il primo (vincitore tra l'altro del recente César per la miglior interpretazione maschile), diplomatico macchiavellico, può diluire con sapientissima temporalità sull'intera durata dell'opera, la propria ineffabile, perversa seduzione. Mentre il secondo, l'antico rivoluzionario fattosi poliziotto e torturatore, trova in Brasseur la medesima ambiguità, ma espressa in quella carnalità pittoresca, fatta di scoppi d'ira improvvisi, mimiche falsamente bonarie, aggressioni e ritirate, tipiche dell'attore.

Ed il cinema? Si limita a prender nota: in un sontuoso palazzo d'epoca, Molinaro ha contenuto ed interiorizzato l'azione, limitandosi a farci pervenire dalle finestre spalancate gli umori della folla, e l'afa grondante del temporale estivo che s'avvicina. Teatro filmato, quindi: senza la fisicità degli attori sul palcoscenico, senza l'immediatezza di una presenza che, nella sua relativa inponderabilità, contribuisce ad autentificare queste cronache altrimenti vagamente sterili, se non proprio arbitrarie. Con l'aggiunta degli artifici cinematografici: stacchi e montaggi a fini eventualmente psicologici, inquadrature o movimenti di macchina che potrebbero assumere valore simbolico.

Molinaro è quello che è. Non fa danni, e non compie miracoli: LE SOUPER è una cena inscatolata, ad uso dei posteri.


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