ZABRISKIE POINT

di Michelangelo Antonioni, con Mark Frechette, Daria Halprin, Rod Taylor, Paul Fix, Harrison Ford

Due scene s’impongono ad una rilettura del film, due piccoli capolavori di sintesi espressiva, in un film eclatante ma un pò inquinato dal suo lato “l’America spiegata al popolo”.

La prima è la morte del ragazzo, morte dell’aereo sul quale era salito per staccarsi dal mondo della volgarità quotidiana. Morte di un uccello dalle ali dipinte, feticcio ed illusione di libertà; di un istante di gioia intorno al quale già svolazzano, nere e bianche, le macchine della polizia, gli sguardi dietro le visiere, sotto i caschi. E dopo la fucilata, la cinepresa di Antonioni s’innalza, s’impenna in un movimento ascendente a spirale, abbandonando l’uccello dalle ali dipinte sul prato, con le macchine nere che s’avvicinano, circospette. E’ chiaro che solo lo sguardo di un grande regista riesce a riassumere, in pochi, brevi tratti il senso della fugacità, della illusione che, un momento nella vita, attraversa l’uomo. Abbandonando, nel suo movimento verso l’alto, l’aereo schiacciato sul terreno, il regista sembra abbandonare ogni speranza, in un momento di estremo sconforto.

Ma è nella sequenza conclusiva che questo sconforto si trasforma, altrettanto genialmente, in sfida. La villa del deserto, con tutto il suo contenuto simbolico, scoppia una, due, tre volte, riprese dapprima in campo lungo, poi medio, poi in primo ed in primissimo piano. Il “contenuto”, i beni di consumo tradizionali, esplodono verso il cielo, squarciati, disintegrati in un balletto cosmico di straordinaria efficacia. Questo ballo di televisori e di refrigeranti squartati, di aranci della California e di libri svolazzanti è una delle trovate figurative più preziose del cinema degli ultimi anni, un momento di intuizione artistica esaltante.

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