UN’ALTRA DONNA (ANOTHER WOMAN)

di Woody Allen, con Gena Rowlands, Mia Farrow, Gene Hackman, Ian Holm

“Cinquantenne, professoressa di filosofia in congedo, Marion è la tipica donna “realizzata”: razionale, metodica non solo nella propria vita professionale, ma in quella sentimentale, affettiva. Fino a quando, casualmente, è messa nella condizione di ascoltare le confessioni (“la mia vita non è che un’educata menzogna”) di una donna in crisi al proprio psichiatra. È la molla che stimola l’inconscio della protagonista: da quell’istante, come in un mosaico che si sgretola, cominceranno ad affiorare le particelle di una personalità che si rimette in questione.
Woody Allen, lo sappiamo, ha alternato a partire da INTERIORS i film “seri” a quelli comici. Bergmaniani, si diceva con una punta di diffidenza, nati dall’idolatria del grande comico per il celebre maestro scandinavo. Se UN’ALTRA DONNA ci appare oggi come il più grande di questi film seri di Allen è perché, per la prima volta, la matrice bergmaniana non è soltanto formale. Ma, al posto di un semplice calco di una struttura, troviamo una filosofia della visione che giustamente, e non riduttivamente quindi, è stata avvicinata alle opere della maturità non solo di Bergman, ma anche di Bunuel.
Alla base di questa visione c’è un’estrema semplicità della scrittura, una naturalezza dell'(apparente) non-intervento, che conduce ad un sentimento di inestimabile serenità. Gena Rowlands, la divina ispiratrice del grande Cassavetes, è un attrice del tutto dissimile dalle tipiche protagoniste di Allen (mutevoli, fragili, come Mia Farrow o Diane Keaton): se la sua sicurezza, la sua rocciosa presenza si frantuma progressivamente nel film, ma non sfocia in una semplice e disperata negazione esistenziale, è soltanto grazie a quella serenità della visione del regista.
Non è a colpi di banali flash-back che si costruisce la crisi di Marion: ma con una serie di sequenze, costruite e fuse con una facilità sbalorditiva, nella quale il presente ed il passato, la realtà e l’immaginazione si seguono l’un l’altra. Allen non ha neppure bisogno di ringiovanire, o d’invecchiare i personaggi, a seconda che l’azione si svolga nel presente o nel passato. E nemmeno, sul filo dell’impagabile stile fotografico monocromo dettato da Sven Nykvist, d’intervenire espressivamente a sottolineare le atmosfere dei vari momenti.
Inizia cosi con una concisione terrificante: aiutato dalla voce “off” della protagonista, senza nessuna spiegazione inutile, senza nessuna banale messa in condizione drammatica dello spettatore, semplicemente sbattendo in faccia la cinepresa ai suoi (straordinari) attori. E prosegue per il proprio cammino con altrettanta determinazione, sul filo dell’itinerario interno della protagonista, in una continuità che è semplicemente quella della lucidità e della logica.
UN’ALTRA DONNA è un film che parla di una cinquantenne forte, che distrugge progressivamente tutte le ragioni che dovrebbero aiutarla a vivere. Dovrebbe essere un’opera cupa e terribile. Se è invece un inno alla vita, commovente e sereno, è perché un altro cinquantenne è riuscito a convivere con la propria arte espressiva in un rapporto di estrema naturalezza: come quello di pochi, il cinema di Woody Allen si esprime oggi con quel sovrano classicismo che permette la più difficile delle operazioni, quella dei bilanci esistenziali.”

Iscriviti alla newsletter

I film del momento

Tutti i film

In questo sito sono attivi solo i cookie tecnici necessari per il funzionamento delle pagine. Non viene effettuata nessuna profilazione, e nessuna informazione viene fornita a terzi. Gli unici dati personali memorizzati sono gli indirizzi email di chi si iscrive alla nostra newsletter

Copyright Fabio Fumagalli 1970-2026