IL DIAVOLO VESTE PRADA 2 (THE DEVIL WEARS PRADA 2)



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E’ ancora riassicurante, in periodi svitati come l’attuale, riandare al passato come sembra succedere a Jafar Panahi? Grazie a questo sorprendente, per molti aspetti avvincente UN SEMPLICE INCIDENTE l’iraniano ormai sessantenne ci dimostra come si può arrivarci. Spalancando progressivamente la propria paletta estetica, fidandosi sempre più del lascito geniale di un connazionale come il grande Abbas Kiarostami. Guadagnandosi così la Palma d’Oro di Cannes, il più ambito in definitiva fra i riconoscimenti destinati al cinema di questo nome.
Quasi non ce ne accorgevamo, ma il modo di far cinema di Jafar Panahi è fatto ormai a modo suo. Unico, all’interno di vicende anche caparbiamente personali. Vicende di un tragitto artistico personale che si confonde, rimanendo clamorosamente politico. Come disconoscerlo, considerando i suoi risultati nei quattro festival fondamentali. Dal 1995 del debutto, Camera d’Oro di Cannes per IL PALLONCINO BIANCO, seguito due anni dopo dal Pardo d’Oro di Locarno a LO SPECCHIO, seguito nel 2000 alla Mostra di Venezia ancora con l’oro a IL CERCHIO, infine il 2015 a Berlino di TAXI TEHERAN. Fra questi, due gioielli come TRE VOLTI (2018) e GLI ORSI NON ESISTONO (2022).
Tante occasioni per inventarsi film piccoli e immensi, al tempo stesso affreschi sociologici, tranelli psicologici, denunce militanti, riflessioni morali. Soprattutto, gesti straordinari di libertà, prove lucide e commoventi del potere insopprimibile dell’ispirazione artistica. Il suo ultimo film UN SEMPLICE INCIDENTE è allora, come dice il suo titolo, un film semplice, diretto, privo di compromessi. L’Iran che il regista reduce dalla prigione non vuole abbandonare e che s’indovina solo alle sue spalle. E un uomo qualsiasi chiamato Vahid (Vahid Mobassen) che incontra casualmente, colui che gli sembra essere il carnefice che l’aveva torturato in prigione. I suoi occhi bendati l’avevano allora impedito, ma ora si tratta d’improvvisare l’eventuale vendetta. Se il tempo che trascorre non avrà offuscato le certezze.
UN SEMPLICE INCIDENTE è un film importante che giustamente Panahi rinvia a imprescindibili interrogativi, non solo tragici, paradossalmente quasi comici. Soprattutto, terribilmente autentici.
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Is it still reassuring, in turbulent times such as these, to look back to the past, as Jafar Panahi seems to do at first glance? Thanks to this surprising IT WAS JUST AN ACCIDENT, the now sixty-year-old Iranian shows us how it can be done. By gradually broadening his aesthetic palette, placing ever greater trust in the brilliant legacy of his compatriot, the great Abbas Kiarostami. In doing so, he earned the Palme d’Or at Cannes, ultimately the most coveted of all the awards given to cinema of this name.
We hardly noticed it, but Jafar Panahi’s way of making films is now his own. Unique, within stories that are also stubbornly personal. Stories of a personal artistic journey that is blurred by remaining sensationally political. How can we ignore him, considering his four fundamental festivals. Since his debut in 1995, he has won the Camera d’Oro at Cannes for THE WHITE BALLOON, followed two years later by the Pardo d’oro at Locarno for THE MIRROR, followed in 2000 at the Venice Film Festival with another gold for THE CIRCLE, and finally in 2015 in Berlin for TAXI TEHRAN. But let’s start again with two gems, THREE FACES (2018) and NO BEARS (2022).
There are many opportunities to invent small yet immense films, which are at once sociological frescoes, psychological traps, militant denunciations and moral reflections. Above all, they are extraordinary gestures of freedom, lucid and moving proofs of the irrepressible power of artistic inspiration. His latest film, IT WAS JUST AN ACCIDENT, is, as its title suggests, a simple, direct and uncompromising film. Iran that the director does not want to abandon can only be guessed at behind him. An ordinary man named Vahid (Vahid Mobassen) accidentally meets the man who appears to be the torturer who tortured him in prison. His blindfolded eyes had prevented him from doing so at the time, but now he has to improvise his revenge, if the passing of time does not cloud his certainties.
IT WAS JUST AN ACCIDENT is an important film that Panahi rightly refers to essential questions, which are not only tragic but, paradoxically, almost comical. And, above all, terribly authentic.












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