SETTEMBRE (SEPTEMBER)

di Woody Allen, con Mia Farrow, Dianne Wiest, Elaine Stritch, Jack Warden

“Era diventata ormai un’abitudine: accogliere con incondizionato entusiasmo ognuna delle opere che Woody Allen, al ritmo incredibile di una se non due all’anno, riservava al piacere ed alla intelligenza di un pubblico sparso in tutto il mondo.
Se questa volta le riserve sono d’obbligo non è (tanto vale dirlo subito) perché SETTEMBRE non è un Woody Allen comico. Ma perché (al contrario di altri suoi film “seri”) appare in parte fine a sé stesso, quasi compiaciuto nel mettere in immagini certe (legittime) frustrazioni dell’autore. Ed altre (più discutibili) teorie delle quali non ha mai fatto mistero: “È indubbiamente più difficile realizzare un film comico che un film serio. A mio modo di vedere, è evidente che un film comico valga meno di un film serio. Ha meno impatto, e questo per una ragione ben precisa: quando un film comico affronta un problema, lo deride, ma non lo risolve. Nel dramma, viene trattato con maggior ricchezza emotiva. Non vorrei apparire lapidario ma, confrontato al film drammatico, il film comico soffre d’immaturità, di mediocrità se confrontato alle soddisfazioni che uno può ricavarne…” (E. Lax. W.A. and his comedy – l975)
SEPTEMBER, nei suoi temi, mi pare riflettere questa specie di complesso d’inferiorità nei confronti del dramma, che Woody Allen sembra trascinarsi appresso da sempre: nel senso che è denso di problematiche psicologiche, ma così denso da straripare nell’ovvio.
Già la tematica dell’io amo te, che ami un altro, il quale a sua volta impazzisce per un terzo non sembra particolarmente inedita o atta ad aprire orizzonti dialettici clamorosamente originali. Ma quando è rimasticata come qui all’infinito, con dei personaggi approssimativamente inseriti in un passato psicologico o anche semplicemente temporale (che potrebbe conferire un peso drammatico a delle situazioni altrimenti scontate), il dramma – anche semplicemente quotidiano – nasce a fatica.
Certo, il grande comico ha raggiunto con gli anni un’invidiabile savoir faire registico: il carattere claustrofobicamente dorato dei luoghi è reso con sapienza (che la luce di Carlo de Palma sottolinea a dovere), gli attori sono perfetti ed il personaggio della madre (il solo, a dire il vero) è carico d’energia. La cinepresa del regista si sposta soavemente da un gruppo all’altro degli spasimanti a ricercare ritmi (cecoviani, bergmaniani?) sapienti.
Ma anche questa struttura formale (e la musica di Ben Webster ed Art Tatum che fa da motivo conduttore) non riesce ad imporre le cadenze volutamente drammatiche o eventualmente grottesche . Al contrario di ciò che succedeva nel semiserio ANNA E LE SUE SORELLE o nel serissimo INTERIORS (i due film di Allen ai quali si pensa maggiormente), la forza dell’involucro non supplisce insomma alla (probabilmente voluta) insipienza del contenuto.”

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