RE PER UNA NOTTE (THE KING OF COMEDY)

di Martin Scorsese, con Robert de Niro, Jerry Lewis

Meglio una sera da re, che una vita da fesso. E quello che pensa Rupert, cacciatore d’autografi, aspirante comico, mitomane e spaventosa sanguisuga che s’incolla all’esistenza del re di cui al titolo. Re di un mondo, lo spettatore lo comprenderà progressivamente dopo i primi sentimenti di solidarietà con l’importunato, dai valori molto relativi. Il re di una commedia che è quella dello spettacolo, ma anche quella della vita quotidiana.
Un quotidiano nel quale, sempre di più, importa esser visto. Apparire in televisione, naturalmente, è il massimo al quale può aspirare Rupert. Che de Niro, secondo le proprie abitudini, non solo interpreta, ma letteralmente vampirizza con il portentoso potere mimetico che lo contraddistingue. Per apparire, Rupert deve prendere il posto, al limite eliminare, chi in alto già ci sta: Jerry Langford, la star televisiva, Jerry Lewis.
Dapprima Rupert ci prova con le buone, e cioè con la seduzione. Ma si accorge ben presto che nel castello fatto di moquette e sottofondi musicali ovattati, proprio come per gli eroi kafkiani, entrare è impossibile.
Tutti gentilissimi, nel rispetto della forma, delle buone maniere e del progresso, ma inaccessibili. Così a Rupert, tipico personaggio scorsesiano (solitario, mistico, investito di una missione che non potrà svolgere se non nella violenza) non rimane che la soluzione di forza: unirsi ad un’altra disperata, la giovane ninfomane egualmente fissata nel volersi appropriare del Re, rapirlo, ricattarlo, per apparire finalmente al suo posto nello show televisivo. Rupert avrà quindi il suo momento magico, il monologo comico davanti ai milioni di telespettatori (sei minuti, filmati da Scorsese senza stacchi, che Robert de Niro definisce uno dei momenti più angosciosi ed umilianti della propria carriera). Sei minuti né buoni né cattivi: sentiamo le risate dei telespettatori, ma sono, come sappiamo, provocate su comanda. Rupert è quindi un comico di talento, oppure un paranoico privo di scrupoli? Il finale non ce lo dice: dopo alcuni anni di prigione il nostro pubblica la solita biografia, esce dal carcere e l’inquadratura finale ce lo mostra mentre avanza verso le telecamere, finalmente padrone del proprio spettacolo. L’ambiguità del finale è l’ambiguità di tutto il film. Ed allo spettatore, a questo punto, non interessa molto sapere come le cose andranno a finire.
Nel frattempo, avrà infatti compreso che THE KING OF COMEDY non è un film sul fine che giustifica i mezzi, sul credo americano della fede nel successo. Ha compreso che il re è nudo, che Jerry è come Rupert, come sarà Rupert “dopo”: altrettanto solitario, altrettanto incapace di giustificare le ragioni dei suoi sforzi esistenziali. L’happy end del film è tra i più amari che ci abbia offerto un cinema ricco di questo tipo di situazioni: perché apre la strada non certo alla felicità del protagonista, ma ad un mondo di valori falsi e degenerati. Un mondo nel quale dovrà difendersi dai propri simili, esattamente come la vittima che egli ha cercato di eliminare. Rupert e Jerry sono quindi le due facce di un medesimo personaggio: e Scorsese si serve di loro non per compiere un ritratto. Ma per filmare il vuoto che li separa. Il vuoto al quale aspira Rupert, il vuoto che sta ormai dietro a Jerry. E che la cinepresa di Scorsese riesce a tradurre in una splendida sequenza: la gigantografia in bianco e nero di una platea plaudente, un osanna immobile e glaciale che de Niro affronta voltando le spalle alla camera, mentre questa si allontana in carrellata.
THE KING OF COMEDY è un film amaro ed a tratti sconsolato, durante il quale si sorride appena di tanto in tanto malgrado sia interpretato da un grande comico (in una parte seria) e da un grande tragico (in un ruolo comico). Ma la forza, quasi il disagio che provoca il film è dato dal fatto che la celebre violenza di Scorsese (quella di Taxi driver o di toro scatenato) è qui contenuta ma non soffocata, sempre sul punto di scoppiare ma invece trattenuta in una specie d’indignata disperazione.
Cineasta alla ricerca di nuove forme di costruzione drammatica, scostante e discontinuo, ma proprio per questo moderno e innovatore, Scorsese firma qui uno dei suoi film più ineguali, incompiuti ma affascinanti. I personaggi e le situazioni sono presi dal nulla, osservati e sviluppati con la partecipazione emotiva che conosciamo all’autore, ma poi abbandonati prima di averne ricavato tutto ciò che si poteva sperare.
Al tempo stesso, THE KING OF COMEDY è uno dei suoi film più drammaticamente sinceri, una di quelle confessioni disperate e disinibite che soltanto i creatori più limpidi sono capaci di offrire. Perché dietro ogni immagine del film vediamo specchiarsi la realtà. Dietro a Rupert vediamo Scorsese, i suoi dubbi di artista che ha rincorso il successo di tipo hollywoodiano come pochi, e che si ritrova con gli interrogativi di sempre. Dietro a Langford, il re, vediamo Jerry Lewis: che dopo esser stato uno dei padroni del mondo dello spettacolo, ed un maestro della regìa e della recitazione, non trova lavoro per molti anni. E dietro al destino di molti film di Scorsese, e di questo in modo particolare, un relativo insuccesso di pubblico che conferma il disagio provocato da un cinema che scava nel malessere contemporaneo. Pur nella sua ambiguità e nella sua imperfezione, o proprio a causa di tutto ciò, l’opera di Scorsese continua a sondare con intuizione rara nell’incosciente contemporaneo.

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