PICCOLO GRANDE UOMO (LITTLE BIG MAN)

di Arthur Penn, con Dustin Hoffman, Faye Dunaway, Martin Balsam

Piuttosto che un western, del quale conserva solo le vesti, una riflessione, una revisione sull’America di allora e di oggi: l’armata, naturalmente, la religione e la morale, il ciarlatanesimo, l’eroismo mitico, l’iniziativa commerciale. Un film assolutamente insolito ed estremamente aperto: Penn, come sempre, cerca nelle sue opere questa apertura strutturale, che lasci allo spettatore di rispondere agli interrogativi. Ed è roprio per questo il capo indiano non riuscirà a morire, nella splendida sequenza della montagna: costretto al contrario a tornare a vivere il destino degli uomini, l’eterno rinnovarsi della propria tragedia.

Film di grande ambizione ed intelligenza, è forse per questo anche disuguale. Volutamente in bilico tra la farsa, il picaresco e l’epopea (proprio per la volontà del regista di non fissarlo in una forma ben precisa, ad esempio drammatica) esso finisce per risentire in parte di questi sbalzi di tono: i passaggi farseschi (il bagno con la moglie del pastore, il triplice amplesso nella tenda indiana, ecc.) non è che s’ibnseriscano alla perfezione nel racconto, e così certi eccessi espressivi dell’ultrasapiente Dustin Hoffman.

Rimane perô l’impatto formidabile di un autore che riprende anche qui il destino dei personaggi di tutti i suoi film: l’impossibilità per l’americano giovane e puro di accedere, con i propri ideali, ad un mondo adulto che questi ideali ha progressivamente distrutto.

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