MOLIERE (MOLIERE, LA VIE D’UN HONNETE HOMME)

di Ariane Mnouchkine, con Philippe Caubère, Joséphine Derenne, Roger Planchon

Progetto encomiabile, ambizioso e parzialmente anche riuscito (visto l’innegabile talento dell’autrice come organizzatrice di estetiche spettacolari: Ariane Mnouchkine è da anni alla testa di uno dei complessi più gloriosi del teatro francese, il Théâtre du Soleil). Risultato un film di più di quattro ore, otto milioni di budget, sei mesi di preparazione e altrettanti di riprese, una cinquantina di interpreti ed un migliaio di comparse. Il tutto con l’ambizione, attraverso il ritratto di un gigante della letteratura di tutti i tempi, di tracciare l’affresco di un’epoca, una mentalità, una condizione.
In MOLIERE ci sono momenti di sontuosa illustrazione, anche di efficacissima descrizione di certi momenti, di certe situazioni. Non direi, però, di presenza di un linguaggio cinematografico: che doni al tutto una omogeneità, una compiutezza, una logica. L’equivoco è, ancora e sempre, di base. E sembra che dopo quasi un secolo di vita cinematografica ci caschino ancora, persino i grossi nomi dello spettacolo. Fare del cinema non significa fotografare degli attori che interpretano una determinata situazione, in un certo ambiente, illuminati in modo determinato. Prendiamo il finale di MOLIERE, la morte del protagonista è descritta con un’idea di per se stessa validissima. Una corsa allegorica, disperata degli attori, che trasportano il corpo agonizzante di Molière. Fingendo, miniando, la corsa per le scale, interminabile. Con il viso del commediografo, bianco di trucco, che viene invaso drammaticamente dal rosso del sangue. Tutte queste premesse espressive, valide sulla carta, sono sciupate dalla regista: la scena è troppo lunga, i ritorni indietro della camera ingiustificati, il tutto diviene ben presto insopportabilmente noioso. Un piatto succulento, colorato, rimpinzato di ingredienti allettanti, ma mal cucinato.

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