MEAN STREETS

di Martin Scorsese, con Harvey Keitel, Robert De Niro, Amy Robinson, Robert Carradine, David Carradine

Di Martin Scorsese ci siamo occupati più di una volta; nel suo recente NEW YORK NEW YORK per lodarne la grande abilità della direzione degli attori: come dimenticare la prima mezzora del film, con la riluttante Liza Minnelli corteggiata da uno strepitoso Robert de Niro. E poi, per sottolineare il crollo successivo del film, l'impossibilità per Scorsese di concludere il discorso ideologico, di decidersi una volta per tutte di cosa il film voleva essere. Del precedente, e ormai celebre TAXI DRIVER notammo una costante dell'opera del regista, il moralismo. Una vecchia piaga del cinema hollywoodiano (anche se Scorsese appartiene al giro di New York, il suo traguardo è sempre stata l'Hollywood con acca maiuscola). Questo suo perbenismo, talora ai limiti dell'ingenuità, doveva trionfare nel film più discutibile di Scorsese, ALICE NON ABITA PIU' QUI. Dove alla protagonista si facevano preferire le botte domestiche del marito alle incognite professionali di una vita nella cosiddetta giungla della società.

MEAN STREETS, che precede tutti questi titoli (è del 1973) rivelò Scorsese in Europa (e non chiedetemi perché giunga solo ora, oltretutto nella solita versione italiana doppiata alla meno e peggio) è utilissimo per chiarire il discorso sul regista. Si dice spesso che è il suo migliore film. Ed è infatti il più istintivo, il meno calcolato da parte di un cineasta di grande abilità tecnica e anche di sensibilità espressiva, ma nel quale l'ambizione di arrivare, di evadere da quel mondo di viuzze da sottoproletariato che egli descrive in quésti suoi primi film è sempre stata evidente. MEAN STREETS è il mondo di Little Italy, i piccoli ricatti e quelli più grandi. E, soprattutto per l'autore, l'impossibilità per la generazione del rock and roll di assumere l'identità dei padri. Sottolineata dalle celebri arie dell'opera italiana, in una colonna sonora che è una delle cose indimenticabili del film.

Per i due cugini De Niro e Keitel (due straordinarie prove d'attore) le leggi, i valori morali tramandati dai padri significano soltanto oppressione, violenza, sopraffazione. Per il personaggio di De Niro, questa sua diversità, questo suo rifiuto di seguire le leggi del sistema (non per nulla lo vediamo “sparare” contro un celebre simbolo, l'Empire State Building), questa sua volontà di essere individuo libero prima che rotella dell'ingranaggio significherà la propria eliminazione fisica. Il film, nel quale Scorsese dipinge delle situazioni che egli ha conosciuto da vicino, conferma la caratteristica principale del regista: quella di essere un sensibile creatore di personaggi. Ma di faticare a raccontare una storia. MEAN STREETS vale per la genuinità, l'istintiva simpatia che lega il regista ai personaggi. Vale per la pittura d'ambiente (anche se certe dominanti rosse per sottolineare i toni drammatici sono un po' faciline e ricordano gli stessi procedimenti abusati in TAXI DRIVER). Ma va per le sue quando si tratta di far proseguire il racconto, a metà film. I personaggi vengono abbandonati al loro destino, il film perde la propria struttura.

Il finale, per contro, riabilita l'opera. Una pallottola nel collo, urlante di dolore nell'auto imprigionata dal traffico di Brooklyn, De Niro paga il suo desiderio di essere diverso. E' uno scoppio di violenza drammatico e puntuale, nel quale sfocia il ritmo rilassato e quasi scanzonato del resto del film. Lontani dalla carneficina spettacolare e quasi gratuita del finale di TAXI DRIVER, qui il dramma giunge con naturalezza e senza l'ombra del procedimento.

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