L’ULTIMA TENTAZIONE DI CRISTO (THE last temptation of christ)

di Martin Scorsese, con Willem Dafoe, Barbara Hershey, Harvey Keitel, John Lurie, Harry Dean Stanton

Questo film è un avvenimento. Giustificato, mediatizzato a torto o ragione, (chi può dirlo : e poi, le vie del Signore, appunto, non sono infinite?) è un sussulto nell’isteria conformista dei tempi che nessuno può fingere d’ignorare.
Questo film è pure un capolavoro? La risposta è, probabilmente; anche se non sicuramente. Poiché ad un capolavoro, e non solo nel cinema – arte dell’istante fuggitivo per eccellenza -, si deve lasciare il tempo di sedimentare. Di lasciare in noi anche soltanto il frammento (prezioso, in un’epoca come questa del cinema, appunto – di memorie affrettate) di un tutto. I capolavori del cinema sono fatti di questi frammenti: OMBRE ROSSE di una carrozza che attraversa una piana, L’ULTIMO UOMO di un portiere d’albergo degradato ai cessi, VERTIGO di una donna eguale e diversa. E poiché al cinema – come poi altrove – è infinitamente più semplice restare nella memoria, per non dire fare dell’arte, con dei soggetti elementari, con dei personaggi umili che con delle faccende eccezionali, figuriamoci con Gesù Cristo.
Il cinema di Martin Scorsese, probabilmente il più brillante nell’America contemporanea, sicuramente il più credente (basta una sola panoramica di L’ULTIMA TENTAZIONE, magari la prima di Gesù nella polvere sotto gli ulivi, colpito dalla Voce che lo induce a credere, per farci sentire che la blasfemia, la corruzione, la degradazione stanno da tutt’altra parte…), è fatto delle due cose: le illuminazioni espressive che s’imprimono nella memoria, e la quotidianità delle storie e dei personaggi. Tassisti, pugili, suonatori o piccoli impiegati: dei poveri Cristi, dei piccoli Cristi. Che si guadagnano la loro fetta di paradiso, o anche solo di purgatorio attraverso un loro calvario privato. Un martirio tra le luci al neon, che potrebbe condurli alla redenzione.
L’ULTIMA TENTAZIONE rappresenta la conclusione ineluttabile di quell’itinerario: il Calvario più celebre della nostra storia non poteva che essere firmato che dall’autore di tutta una serie di coscienti assunzioni d’autopunizioni redentrici: quella del pugile di RAGING BULL, del nottambulo di FUORI ORARIO, o del celebre tassista interpretato da de Niro. Il sangue, le ferite, la fragilità del corpo, lo strazio di un chiodo che si conficca in una mano non potevano trovare pittore più adeguato, più fisico di Scorsese. E mai zeffirelliniamente illustratore: come quando il suo sguardo si rovescia sugli spettatori che assistono all’evento (ripresi leggermente al rallentatore, con i loro ghigni sardonici o anche soltanto indifferenti, compressi nell’esiguità del viottolo percorso da Gesù con la croce) in una formidabile, accorata impronta espressiva che s’imprime per sempre nella nostra memoria.
Certo, i detrattori del film diranno che Scorsese ha peccato d’orgoglio: e che meglio avrebbe fatto a restare con i suoi cristi minuscoli. Più abbordabili, meno facili al rischio del ridicolo (il leone che parla nel deserto, il cuore sanguinante estratto dal petto?). Ma LA TENTAZIONE non è “soltanto” il passaggio dalla piccola alla grande martirologia: poiché la grande trovata a livello di sceneggiatura, quella d’impostare il film sul rapporto fra Gesù e Giuda (proprio come in un western, dalla semplice dialettica relativizzabile fra il concetto di bene e di male, il trucco drammaturgico che permette allo spettatore di “accettare” l’idea del Sacrificio e di comprenderne l’impulso di proiezione nel tempo) ha proprio la conseguenza di umanizzare il film, di riportarlo alla nostra dimensione più umile, di toglierlo dall’accademismo iconografico e spirituale. Gesù, ci dice Scorsese, non è soltanto un mito: la sua è un’esperienza eternamente riproposta, ogni giorno attorno a noi, nella sofferenza che ci circonda. Credere in Lui è guardare al vicino in angustie: e non soltanto alle rappresentazioni sacre.
La religiosità di Scorsese nasce anche da questo rifiuto del Mito: Gesù non è un superman al quale tutto riesce facile, dal predicare al morire. Ma un essere che apprende con fatica e sofferenza la parola di Dio, e la strada verso la perfezione: per trasmetterla – nel modo che tutti sappiamo – alla logica, così imperfetta poiché umana, di Giuda. Lo spirito e la carne, come diceva Kazantzakis al romanzo del quale s’ispira il film, sono due poli opposti tra i quali tutta la vita di un uomo può lacerarsi. Questa tensione è la stessa che regge il film di Scorsese: dalla determinazione del Cristo, la sua ostinazione nel seguire il messaggio divino fin nei momenti più profondi d’angoscia, all’indeterminazione di coloro che non possono che assistere all’evento, tutto si risolve nel film con logica espressiva. Sul filo della musica straniante di Peter Gabriel (il rock – altra costante dell’autore – condito da nenie arabe o ebraiche), la marcia scandita dei protagonisti, spesso verso la cinepresa, si contrappone alla vertigine immobile di certe rappresentazioni dell’irrazionale: nelle certezze come nei dubbi la cinepresa di Scorsese si limita, umile e superba al tempo stesso, a registrare il visibile.
Ed a sognare, o meglio aspirare, all’invisibile.

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