IL DIAVOLO VESTE PRADA 2 (THE DEVIL WEARS PRADA 2)



Come dice il suo titolo, il film di Peter Greenaway che fu segnalato tra i suoi migliori a Cannes nel 1987, tratta di ventri e d’architetti: ragion per cui l’avremmo visto volentieri a Locarno un anno fa (il film usci purtroppo in precedenza sugli schermi della svizzera francese), a sottolineare la vocazione nostrana all’arte della costruzione, se non a quella degli appetiti più diversi.
I due ventri del film rispondono agli impulsi eterni della vita e della morte: si gonfia quello malato del protagonista, architetto di Chicago in missione a Roma per organizzarvi una mostra su Etienne-Louis Boullee (architetto del settecento). E si gonfia quello di sua moglie, per uno sporadico incontro coniugale avvenuto sul letto fra Mentone e Ventimiglia.
L’archittetura, lo spazio, la dimensione estetica de IL VENTRE DELL’ARCHITETTO sono invece quelli di una Roma che nemmeno Fellini aveva stravolto ed esaltato a tal modo: drappeggiata di rosso (di non so più quante gradazioni di rosso -ci dice l’autore- ma nessuna di verde, segno di morte), svisceratamente neo-classica, scomposta ed infine decomposta in mille maniere. Cinema premeditato, calcolato ed esasperato: ma mai (come nel recente DROWNING BY NUMBERS) freddo. L’angoscia del cinquantenne (tradito nell’affetto come nel processo creativo) è trascritta infatti con un’emozione e una passione che la straordinaria raffinatezza plastica dell’opera riesce soltanto a dilatare. Ironia, derisione ed infine compassione si fondono cosi all’esuberanza visionaria per darci un esempio di cinema sicuramente intellettuale, ma costantemente ispirato fino alla commozione.













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